Carbonio: un girotondo di vita e di morte. Letteratura e scienza in dialogo.

Di Caterina Bubba, Paola Cereghini, Sandra Terracina1

Il presente lavoro è stato pensato e scritto a più mani e a distanza. 

L'idea è nata in occasione del convegno “Il sistema periodico: il volume più primoleviano di tutti”, organizzato nel 2020 dal Centro Studi Primo Levi, e a margine del workshop dedicato a Carbonio, racconto di tale ricchezza e complessità da configurarsi come osservatorio privilegiato del profilo scientifico e letterario dell’autore.

Con l’obiettivo di esplorare i molteplici piani di lettura a cui il testo si apre, la nostra attenzione si è concentrata sul tema della metamorfosi, chiave della vita, e sul rapporto tra natura e cultura, tra gli “alfabeti della vita” e la “scrittura”.

L’analisi delle parole-chiave e il confronto con altri testi dell’autore hanno offerto la possibilità di stabilire connessioni profonde tra sapere umanistico e scientifico, facendo dialogare Levi con voci autorevoli del dibattito contemporaneo e con i classici della tradizione filosofico-letteraria.

Il contributo è corredato di alcune proposte didattiche, rivolte alle classi quinte della scuola secondaria superiore.

Le autrici, che si sono conosciute in occasione del convegno, ringraziano il Centro Studi Primo Levi e soprattutto la dott.ssa Roberta Mori per il sostegno e l’incoraggiamento.

 

 

Immagine Carbonio
 

 

La pagina fatale

Nel parlare della genesi del racconto e delle ragioni che lo hanno indotto a scriverlo, Primo Levi sofferma la sua attenzione sul rapporto del chimico con il proprio mestiere.

Giunto quasi al termine della sua carriera, sa che per ogni chimico in una pagina, in una «sola riga o formula o parola» 2P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi Scuola, Milano 2000, pp. 232-242. Si precisa che, per ragioni di scorrevolezza, di tutte le citazioni tratte da Carbonio è stata annotata soltanto la prima. della tabella del Sistema Periodico o degli «indici monumentali del Beilstein o del Landolt», è scritto in «caratteri indecifrabili che diventeranno chiari «poi» il proprio «avvenire».

Nonostante gli sia noto che il carbonio, in quanto «elemento della vita», non è specifico «perché dice tutto a tutti», Levi riconosce in esso l’elemento «verängnisvoll», fatale, quello nel quale non solo è scritto in codice il destino geologico di ogni forma esistente, di noi uomini, animali piante e rocce, minuscole particelle di «uno spaventoso girotondo di vita e morte», ma nel quale era inscritto anche il suo destino di individuo storicamente determinato, di chimico, di deportato e, sopra tutto, di scrittore.

Nel carbonio Levi individua, infatti, l’origine della propria vocazione letteraria. Catturato dalla milizia fascista all’alba del 13 Dicembre del 1943 e rinchiuso nella prigione di Aosta, di fronte a un futuro incerto, Levi concepisce il suo «primo sogno letterario», sogno «insistentemente sognato», anche se sarà pronto a saldare il proprio debito con esso, facendone il racconto-chiave de Il sistema periodico, solo alla fine della propria carriera lavorativa, dopo che l’esperienza del Lager gli avrà donato «uno strano potere di parola» 3P. Levi, Tiresia ne La chiave a stella, Einaudi, Torino 1978, p. 51: «[...] sí, forse me n'ero accorto solo raccontandogli quella storia, un po' Tiresia mi sentivo, e non solo per la duplice esperienza: in tempi lontani anch'io mi ero imbattuto negli dei in lite fra loro; anch'io avevo incontrato i serpenti sulla mia strada, e quell'incontro mi aveva fatto mutare condizione donandomi uno strano potere di parola: ma da allora, essendo un chimico per l'occhio del mondo, e sentendomi invece sangue di scrittore nelle vene, mi pareva di avere in corpo due anime, che sono troppe». e il suo mestiere di chimico, trasfusosi in quello di scrittore4P. Levi, Ex chimico ne L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, p. 14: «[...] quando un lettore si stupisce del fatto che io chimico abbia scelto la via dello scrivere, mi sento autorizzato a rispondergli che scrivo proprio perché sono un chimico: il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo». , gli avrà insegnato a comprendere, interpretare e raccontare il miracolo della vita, con i segni che essa lascia di sé oltre la morte.

Levi chiarisce anche all’indomani di quali eventi l’indecifrabile diventa decifrabile, svelando la fatalità dell’avvenire: dopo «il successo o l’errore o la colpa, la vittoria o la disfatta». «Successo», «errore», «vittoria», «disfatta» sono parole che ricorrono con alta frequenza nel lessico leviano per raccontare il mestiere del chimico, il suo «corpo a corpo con la materia»5C. Cases, L’ordine delle cose e l’ordine delle parole, in Primo Levi, un’antologia della critica, Einaudi, Torino 1997, p. 15. , «vecchia come il Tutto e portentosamente ricca di inganni, solenne e sottile come la Sfinge»6P. Levi, Sistema periodico, cit., p. 41. . La presenza della parola «colpa», invece, vi insinua l’esperienza incancellabile del Lager –con la sconfitta dell’uomo, le aberrazioni della ragione, la faccia «altra» e stravolta dell’universo che esso rappresenta- tutta «materia per pensare e per costruire libri»7P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi Scuola, Milano 2019, p. 124. .

 

La metamorfosi del carbonio

Il carbonio è «l’elemento-chiave della sostanza vivente». Nella sua forma aerea, l’anidride carbonica, esso è «la materia prima della vita, la scorta permanente a cui tutto ciò che cresce attinge, e il destino ultimo di ogni carne».

Nel racconto la penna di Levi ci guida attraverso alcune delle strade che esso percorre per entrare nella vita, dimostrandoci quanto il confine tra vita e morte sia precario e quanto la vita sia metamorfosi, «contaminazione, incrocio, mescolanza, composizione, ibridazione»8A. Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora,Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010, p. 99. .

 

Il calcare, roccia viva

All’origine della vicenda narrata l’atomo di carbonio «giace» in un banco di roccia calcarea (CaCO3) da centinaia di milioni di anni: «ha già una lunghissima storia cosmica alle spalle e conduce un’esistenza monotona, congelata in un eterno presente: una prigionia, per lui potenzialmente vivo, degna dell’inferno cattolico».

Anche se il narratore decide di «ignorare» tale storia per volgere il proprio sguardo al processo di organicazione del carbonio attraverso la fotosintesi,  questo non significa che non ne abbia la coscienza e non sappia quanto sia instabile il limite tra «l’immobilità», «l’eterno presente» della materia inorganica, e la vita organica «delle cose che mutano»; tra il mondo del dentro, del sotto, della «prigionia», dei residui ossei, minerali della vita e quello del fuori, del sopra, della trasformazione, del ciclo della vita; tra il tempo profondo, di «milioni di anni» –«quello della fissità allucinante e geologica della roccia»-, il tempo dell’uomo -del qui e ora-, e il tempo ciclico della natura.

Il calcare è, infatti, «luogo di sepoltura» e «pietra viva», nata dall’apporto e dalla mescolanza di specie diverse, come osserva R. Macfarlane in Underland, storia di viaggi nel ventre della Terra, alla scoperta di ciò che in essa è nascosto o imprigionato:

«Il calcare [...] è da tempo immemorabile un luogo di sepoltura: in parte perché è complessivamente molto diffuso, in parte perché la sua vulnerabilità all'erosione crea una grande quantità di cripte naturali in cui deporre le salme, e in parte anche perché il calcare, geologicamente parlando, è già di per sé un cimitero.

Il calcare infatti è generalmente formato dai corpi compressi di organismi marini - crinoidi e coccolitofori, ammoniti, belemniti e foraminiferi - che morirono in acque di antichi mari e si depositarono a miliardi sui relativi fondali. Queste creature avevano costruito i loro scheletri e le loro conchiglie con il carbonato di calcio, metabolizzando i contenuti minerali dell'acqua in cui vivevano per creare architetture complesse.

In questo senso il calcare può essere visto semplicemente come una singola fase di un ciclo dinamico della Terra, quello che vede la sostanza minerale diventare sostanza animale e la sostanza animale diventare roccia; roccia che in un certo lasso di tempo - di tempo profondo - fornirà infine il carbonato di calcio con cui alcuni nuovi organismi potranno costruire il proprio corpo, facendo ripartire così un nuovo ciclo.

Questa danza di morte e di vita che sovrintende alla creazione del calcare lo rende sicuramente la pietra più viva e più strana che io conosca. E a volte le sepolture umane in esso custodite conservano l'eco di questa vitalità e degli apporti multi-specie alla formazione dello stesso calcare»9R. Macfarlane, Underland. Un viaggio nel tempo profondo, trad. it. di Duccio Sacchi, Einaudi, Torino 2020, p. 30-31.

.NeIl dominio dei morti,  Daniel Pogue Harrison, dopo averci ammonito, sulla scorta di quanto Nietsche dichiara ne La gaia scienza, a non definire morte quel che si contrappone alla vita, perché

«il vivente è soltanto una varietà dell’inanimato e una varietà alquanto rara»10F. Nietzsche, La gaia scienza, citato in D. Pogue Harrison, Il dominio dei morti, Fazi, Roma 2004, p. 5.

,  osserva:

«Senza dubbio, visto il modo in cui si sono formati i suoi elementi pesanti a seguito della morte di certe stelle – le cosiddette supernove - tutto il nostro pianeta, così come tutti i corpi solidi dell’universo, è una varietà di ciò che è morto. E tuttavia la sua biosfera- che ospita tanta vita – è necrogenica in senso ancor più proprio.  Grazie all'azione del fuoco, il cadavere si dissolve nell'aria; tramite l'inumazione o la semplice putrefazione, restituisce la sua sostanza composita alla terra; a causa della forza di gravità sprofonda nelle abissali profondità del mare.

Tutta la biomassa di cui dispone dopo l’estinzione della vita diventa parte della materia ricettacolo del pianeta -la materia da cui nuovamente emerge, con le sue imponderabili origini, la vita. Visto che la terra ha riassorbito nei suoi elementi i morti per milioni e milioni di anni, chi può dire la differenza tra il ricettacolo e ciò che esso contiene? Togliete loro quei millenari residui, siano essi umani o no, che le consacrano, e le nostre acque, le foreste, i deserti, le montagne e le nuvole perderebbero quello spirito che si muove dentro e attraverso le loro nature visibili. I corpi umani, quando muoiono, partecipano a questa vita organica postuma che hanno le cose morte»11D. Pogue Harrison, ibidem, p. 5-6.

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In queste parole, che hanno tanti punti in comune con il racconto leviano e con

«il senso oceanico»

di ascendenza freudiana che Levi fa proprio12Si veda al proposito la conversazione di P. Levi con Germaine Greer pubblicata su The Literary Review (Novembre1985) in P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 72. , c’è la consapevolezza della compenetrazione tra vita e morte, del divenire della materia, ma anche il sentimento della sacralità del cosmo. L’universo è luogo di sepoltura, conservazione e memoria del mondo; realtà spazio-temporale che sfugge alla nostra prospettiva «piatta», del qui ed ora, e ci connette con il «tempo profondo»: quello passato e quello futuro, in cui è scritto il nostro destino ultimo di residui, sedimenti, strati geologici, fantasmi, ma anche di permanenze, segni attraverso cui testimoniare la nostra presenza, il nostro essere parte del mondo oltre la morte. Morte e vita si compenetrano, in un processo costante di trasmutazione della materia, inorganica e organica, che è, al contempo, miracoloso, stupefacente e terribile. 

 

L’epopea del Carbonio: l’avventura organica

Grazie al colpo del piccone, intermediario nel millenario dialogo tra uomo ed elementi, l’atomo di carbonio è portato nel forno a calce e precipita «nel mondo delle cose che mutano».

La sua storia (CaO calce viva + CO2 anidride carbonica) da «immobile» si fa «tumultuosa», viaggia libero, «finché non incappa nella cattura e nell’avventura organica» attraverso il «miracolo» della fotosintesi, «inventata due o tre miliardi di anni prima dalle nostre sorelle silenziose, le piante», che, diversamente dall’«homo faber, non sperimentano e non discutono». Traspare da queste righe l’ammirazione di Levi per le piante, capaci di praticare una «chimica fine e svelta», ben diversa dalla chimica organica, «opera ingombrante, lenta e faticosa dell’uomo». Ne Il fabbro di se stesso, Levi, attraverso la voce di un narratore-testimone di tutte le tappe dell’evoluzione, ne sottolinea la furbizia perché «rubano l’energia al sole, il carbonio all’aria, i sali alla terra, e crescono per mille anni senza filare né tessere né scannarsi come noi»13P. Levi, Il fabbro di se stesso, in Ranocchi sulla luna, a cura di E. Ferrero, Torino, Einaudi 2014, p. 77. .

Legato ad altri cinque atomi di carbonio, il nostro atomo, «inserito» in «una bella struttura ad anello, un esagono quasi regolare», sciolto nella linfa della pianta, diventa molecola di glucosio, preparandosi «ad un primo contatto col mondo animale», senza però fare ancora parte di un edificio proteico.

Passa dalla foglia al grappolo d’uva, sfugge alla fermentazione alcolica -per fortuna del narratore che non avrebbe saputo raccontarne il processo- e giunge al vino.

Una volta bevuto, viene immagazzinato nel fegato, usato per uno sforzo muscolare, spaccato in due molecole di acido lattico e trasformato da energia chimica in energia meccanica, e da energia meccanica in calore, perché la vita è questo: «un inserirsi, un derivare a suo vantaggio, un parassitare il cammino in giù», verso l’equilibrio e la morte, «dell’energia, dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore».         

 

Il tronco venerabile del cedro

Ossidato grazie all’azione dell’ossigeno, l’atomo diventa di nuovo anidride carbonica allo stato aereo e «vola» fino in Libano, poi viene intrappolato in un albero di cedro. «Il glucosio di cui fa parte appartiene, come il grano di un rosario, a una lunga catena di cellulosa» -destinata ad un tempo di immobilità lungo, anche se meno lungo di quello della roccia, perché il legno è «stabile solo in apparenza, come tutte le sostanze organiche»14P. Levi, Stabile/Instabile in L’altrui mestiere, cit., p. 165. .

 

Il mistero conturbante della metamorfosi della farfalla

Da qui le sue altre peripezie, le sue altre metamorfosi: diviene parte di un tarlo -che si scava un cunicolo nella cellulosa del cedro-, crisalide, farfalla, «uno dei mille occhi dell’insetto», «corazza di chitina», «spoglia», «cosa»15Anche nel capitolo intitolato Le farfalle in L’altrui mestiere, cit., p. 132-135, Levi si sofferma sulle farfalle, individuando la causa dell’attrazione-repulsione che esse suscitano nel mistero conturbante della loro metamorfosi. .

La corazza di chitina dell’insetto è diventata una spoglia, una cosa, ma, «poiché la morte degli atomi, a differenza della nostra, non è mai irrevocabile», polverizzata dai microrganismi dell’humus, «onnipresenti», «instancabili» e «invisibili becchini del sottobosco», è di nuovo in volo.

 

Un gigantesco minuscolo gioco

Dopo cento anni -mentre il carbonio entra e rientra nel ciclo della vita attraverso la fotosintesi ogni duecento anni- il narratore fa rivivere l’atomo di carbonio nella catena proteica del latte. Una volta che esso «viene ingoiato», la catena proteica viene frantumata, l’atomo «varca la soglia intestinale, entra nel torrente sanguigno», diventa parte di una «cellula nervosa» che appartiene al cervello del narratore e dà al cervello l’energia per imprimere segni sulla carta e comporre le parole del racconto, grazie a un «gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto».

La storia dell’atomo, e con essa il racconto, «si ferma» qui, al punto impresso sulla carta dalla mano dell’autore, per «aprire» la strada a nuove storie, ancora tutte da raccontare, sul mistero del nostro cervello, «un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella o un pianeta»16P. Levi, in L’altrui mestiere, Notizie dal cielo, cit., p. 172-175. nel quale è scritto in un linguaggio che ci è ancora in parte sconosciuto il rapporto tra la materia e lo spirito di cui siamo fatti.

Anche nella lirica Nel principio a chiudere la rassegna su tutto ciò che «il globo di fiamma, solitario, eterno, nostro padre comune e nostro carnefice»17P. Levi, Nel principio in Ad ora incerta, Garzanti, Milano 1990, p. 37: «[...] Venti miliardi d’anni prima d’ora,/splendido, librato nello spazio e nel tempo,/era un globo di fiamma, solitario, eterno,/nostro padre comune e nostro carnefice,/ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio./Ancora, di quest’una catastrofe rovescia/l’eco tenue risuona dagli ultimi confini./Da quell’unico spasimo tutto è nato:/lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,/lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,/ogni cosa che ognuno ha pensato,/gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,/e mille e mille soli, e questa/mano che scrive».  ha generato nella sua esplosione iniziale c’è la mano dell’io poetico, mano senza la quale il mistero di ogni forma esistente non potrebbe essere svelato e raccontato.

 

Levi costruttore di ponti

Con questo racconto Levi si conferma un costruttore di ponti attraverso cui superare la distinzione apparente tra macrocosmo e microcosmo, tra particolare e universale, tra natura e uomo, perché, come osserva Carlo Rovelli nelle sue Sette brevi lezioni di fisica, i progressi raggiunti dalle scienze ci confermano che

«della natura siamo parte integrante, siamo natura, in una delle sue innumerevoli e svariatissime espressioni»

 e 

«quanto è specificamente umano non rappresenta la nostra separazione dalla natura», bensì «una forma che la natura ha preso qui sul nostro pianeta»18C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, p. 81.

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In Carbonio Levi ci mostra anche la strada per superare l’«irrevocabilità della morte dell’uomo» salvandolo dall’ oblio attraverso la conservazione minerale delle sue ossa; la metamorfosi dei suoi atomi, che, oltre la morte, «turbineranno sciolti nei vortici dell’universo o rivivranno in un’aquila, in una fanciulla, in un fiore»19P. Levi, Plinio, in Ad ora incerta, cit., p. 41. Cfr. al riguardo anche la lirica Autobiografia, sempre in Ad ora incerta, proposta tra le attività didattiche.  ;  la sopravvivenza della sua opera.

«La risibilità della statura dell’uomo» è indubbia, ma non per questo Levi nega la nobiltà e la dignità dell’homo faber, che tenta ogni giorno nuove strade per superare i limiti della sua conoscenza e del suo agire.  È ormai ampiamente noto quanto anche lo scrivere sia per Levi un procedere da homo faber20Cfr. al riguardo la lirica L’opera in Ad ora incerta: «Ora basta, il lavoro è finito, / rifinito, sferico. / Se gli togliessi ancora una parola/ sarebbe un buco che trasuda siero. / Se una ne aggiungessi/ sporgerebbe come una brutta verruca. / Se una ne cambiassi stonerebbe/come un cane che latri in un concerto». , e quanto per lui cultura della mano e cultura del cervello, mestiere di chimico e mestiere di scrittore convergano, supportandosi reciprocamente e trasfondendosi l’uno nell’altro.

Con Carbonio Levi ci fa vedere la corrispondenza tra i linguaggi della natura, che è compito dello scienziato decifrare, e il linguaggio della scrittura, tra cultura umanistica e cultura scientifica, separando le quali si perde la misura dell’universo in cui viviamo. Lo dichiara apertamente nella Premessa a L’altrui mestiere

«Mi sono avventurato ad esplorare i legami trasversali che collegano il mondo della natura con quello della cultura; sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo. È una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù […]. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo, né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile»21P. Levi, Premessa a L’altrui mestiere, cit., pp. V-VI.

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Con Carbonio e, in generale, con tutta la sua opera, in prosa e in versi, Levi è riuscito a far letteratura parlando della materia: con lui

«il discorso poetico che percepiamo nella natura intorno a noi non si è interrotto, ma ha cambiato intonazione e contenuto»22P. Levi, Le più liete creature del mondo, in L’altrui mestiere, cit., p. 191.

, in consonanza con la maggiore conoscenza che abbiamo oggi dell’universo e di noi stessi.

Alfabeti. Levi, Lucrezio e gli altri

A. Boetti

Levi, un Lucrezio moderno

Mosso da una «tentazione enciclopedica» 23I. Calvino, Le quattro strade di Primo Levi, apparso su «la Repubblica» dell’11 giugno 1981 e ora in P. Levi, La ricerca delle radici, Introduzione di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 241. ;e capace di «stabilire relazioni tra i testi più eterogenei»24Ibidem, p. 239. , Levi in Carbonio si propone il duplice obiettivo di «coltivare la scienza ed esercitare la fantasia»25Così ne La ricerca delle radici (p. 199) scrive Levi a proposito di Arthur C. Clarke, autore di romanzi fantascientifici da collocare accanto a Lucrezio, Darwin e Bragg, lungo l’itinerario della «salvazione del capire»: «Arthur C. Clarke è una smentita vivente al luogo comune secondo cui coltivare la scienza ed esercitare la fantasia sono compiti che si escludono a vicenda; la sua vita e la sua opera dimostrano, al contrario, che uno scienziato moderno deve avere fantasia, e che la fantasia si arricchisce prodigiosamente se il suo titolare dispone di una formazione scientifica». . Alla maniera dei poeti-filosofi della phýsis, indaga sulla natura e sull’uomo inscritto nella natura, alla ricerca dell’arché, il principio generativo ed esplicativo di tutte le cose, da spiegare con l’immediatezza e la forza vivida delle immagini.

In particolare, sulla scorta di Empedocle, ci racconta come si è formato il mondo (animato e inanimato) e il suo divenire, ci racconta come nascono e muoiono gli uomini, gli alberi, gli animali, attraverso le molteplici trasformazioni innescate dagli elementi (aria, acqua, terra e fuoco). Al pari del poeta-scienziato di Agrigento, che non conosce la distinzione tra materia e realtà immateriale, dispiega davanti ai nostri occhi il mistero della palingenesi o metamorfosi a cui ogni creatura vivente partecipa. Inoltre, come gli atomisti antichi, Levi spiega la genesi degli accadimenti del mondo naturale con il moto vorticoso che porta gli atomi ad aggregarsi e disgregarsi incessantemente.

Soprattutto - ha osservato P. Bianucci in un intervento dedicato alla reticenza e all’allusività nell’opera leviana - il vortice di continue trasformazioni atomiche narrato in Carbonio discende direttamente dal De rerum natura lucreziano:

 

«La storia che poi Levi ci racconta fa pensare a un Lucrezio moderno»26P. Bianucci, L’arte di tacere in Primo Levi, Torino 2007, p. 1.

De rerum natura

La chimica: Bragg e Lucrezio

D’altro canto, Levi in più occasioni ha espresso il rimpianto, non esente da critica nei confronti del modello educativo sotteso al liceo gentiliano, di non aver potuto leggere e tradurre Lucrezio a scuola. Nel Dialogo con Tullio Regge, ricordando la sua iniziazione alle scienze e alla chimica, annovera tra i libri di divulgazione scientifica regalatigli dal padre il testo di Sir William Bragg, L’architettura delle cose.27Il titolo originale del saggio di Bragg Concerning The Nature of Things, pubblicato nel 1925, si pone in trasparente continuità con la titolazione delle opere di Lucrezio ed Empedocle.

Come osserva ne La ricerca delle radici, la lettura di Bragg, che continua la battaglia dei «leggendari atomisti dell’antichità» e, attraverso di lui, di Lucrezio, gli fa concepire la speranza di un «cosmo immaginabile alla portata della nostra fantasia», in cui «l’angoscia del buio cede all’alacrità della ricerca».

 Ma che cosa significa «cosmo immaginabile»? Significa accettare la sfida di misurarsi con la materia perché nel capire si cela una qualche (forse la sola) possibilità di salvarsi, significa cercare di leggere, interpretare, comprendere il «mondo minuscolo degli atomi» e il  «mondo sterminato degli astri», significa, al pari di Lucrezio, che lamenta la «povertà della lingua» di fronte alla «novità dei concetti»28Lucrezio, De rerum natura, I, 139: «propter egestatem linguae et rerum novitatem». , accettare la sfida fallimentare di misurarsi con l’insufficienza del linguaggio per andare alla ricerca di un linguaggio vicino all’immaginazione umana29Per il motivo della sfida (fallimentare) all’insufficienza del linguaggio, cfr. «Ogni descrizione verbale sarà mancante […]»; «[…] non la sapremmo ridurre in parole»; «[…] la racconterò con l’umiltà e il ritegno di chi sa fin all’inizio che il suo tema è disperato, i mezzi fievoli, e il mestiere di rivestire i fatti con parole fallimentare per sua profonda essenza»; «Se comprendere vale farsi un’immagine, non ci faremo mai un’immagine di uno happening la cui scala è il milionesimo di millimetro, il cui ritmo è il milionesimo di secondo, ed i cui attori sono per loro essenza invisibili». Per la sofferenza dello scrittore che combatte con l’inadeguatezza del linguaggio, cfr.  P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 202. Per le metafore destinate a fallire nel dominio subatomico, cfr. P. Levi, L’asimmetria e la vita, in Opere II, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 1235.  Per la ricerca di un linguaggio vicino all’immaginazione umana, cfr. Antonio Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010, pp. 37 ss. , capace di rendere visibile ciò che è invisibile, capace di tradurre in immagini il gioco vorticoso degli atomi(«vedere gli atomi»).

 

Transitività lessicale tra chimica e scrittura

Nel I libro del De rerum natura (vv. 820-823), Lucrezio, enunciando il principio di formazione dei corpi (constituunt), descrive il perenne processo di trasformazione con cui gli atomi, per lui infiniti, indistruttibili ed eterni, muovendosi e combinandosi variamente, plasmano il cielo, il mare, le terre, i fiumi, il sole, le messi, gli alberi e tutti gli esseri viventi, specie umana compresa. L’uomo, che pure viene «da un seme celeste», non è insomma che una minuscola particella dello sciame atomico che volteggia nel cosmo.


«Namque eadem caelum mare terras flumina solem

constituunt, eadem fruges arbusta aimantis,

verum aliis alioque modo commixta moventur».

 

«Infatti sono ugualmente essi a costituire il cielo, il mare,

le terre, i fiumi, il sole, e ancora le messi, gli alberi, i viventi,

ma si muovo commisti ad altri e in modo diverso»30Lucrezio, La natura delle cose, trad. di L. Canali, BUR, Milano 1997, pp. 134-135.

 

I primordia, infatti, aggregandosi e disgregandosi incessantemente, formano il mondo – anzi, gli infiniti mondi – e generano la vita in tutte le sue molteplici forme, secondo una visione orizzontale, paratattica della natura, senza finalismo e senza provvidenzialismo, in cui «l’uomo non è più al centro ma è solo uno dei tanti momenti o frammenti di un avvicendamento atomico»31I. Dionigi, Da Lucrezio. La struttura della materia, in I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, a cura di I. Dionigi, BUR, Milano 2007, p. 109.  in cui nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, in una danza perenne di vita e di morte (Lucrezio, De rerum natura, II, 991-1012).


«Denique caelesti sumuso mnes semine oriundi;
omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis
umoris guttas mater cum terra recepit,
feta parit nitidas fruges arbustaque laeta
et genus humanum, parit omnia saecla ferarum,                      995
pabula cum praebet, quibus omnes corpora pascunt
et dulcem ducunt vitam prolemque propagant;
qua propter merito maternum nomen adepta est.
cedit item retro, de terra quod fuit ante,
in terras, et quod missumst ex aetheris oris,                               1000
id rursum caeli rellatum templa receptant.
nec sic interemit mors res ut materiai
corpora conficiat, sed coetum dissupa tollis;
inde aliis aliud coniungit et efficit, omnis
res ita convertant formas mutentque colores                   1005
et capiant sensus et puncto tempore reddant;
ut noscas referre eadem primordia rerum
cum quibus et quali positura contineantur
et quos inter se dent motus accipiantque,
neve putes aeterna penes residere potesse                                   1010
corpora prima quod in summis fluitare videmus
rebus et interdum nasci subitoque perire
».

 

«Infine noi tutti veniamo da un seme celeste;

a tutti è padre comune il cielo da cui

la madre terra nutrice, accolte le limpide gocce di pioggia,

feconda produce le splendide messi, il rigoglio degli alberi,

la stirpe degli uomini e ogni specie di fiere,                                          995

poiché prodiga a tutti alimento del quale si pascano

e traggano dolce la vita e propaghino i figli;

a ragione perciò essa ha avuto nome di madre.

Similmente ritorna alla terra ciò che prima

uscì dalla terra, e ciò che discese dalle regioni dell’etere,                   1000

di nuovo, tornato, accolgono gli spazi del cielo.

Né a tal punto la morte distrugge le cose, che i germi

annienti, ma solo disgrega le loro coesioni;

poi torna a congiungerli l’uno con gli altri, e fa in modo

che così tutti i corpi mutino forma e colore,                                          1005

e assumano il senso, oppure a un istante lo perdano,

affinché tu sappia l’importanza, per i medesimi corpuscoli primordiali,

della qualità e posizione del loro combinarsi in aggregati,

e del genere di moti che reciprocamente imprimono e ricevono,

e non creda che possa risiedere nelle eterne particelle basilari          1010

ciò che vediamo fluire alla superficie delle cose,

e talvolta nascere, talaltra all’improvviso perire»32Lucrezio, La natura delle cose, cit., pp. 228-231.

 

 

Lucrezio: materia e scrittura

Poco oltre, nello stesso passo, Lucrezio esplicita la perfetta corrispondenza tra gli atomi (elementa), che danno vita (constituunt) al divenire delle cose (res) - siano esse corpi celesti, corpi terrestri o specie viventi -, e le lettere dell’alfabeto (elementa), che costruiscono (significant) le parole (verba)33La parola elementum in latino, come già il greco stoicheion, significa sia “atomo” sia “lettera dell’alfabeto”. , anch’esse realtà concrete e materiali al pari degli atomi. Recuperando un’analogia tra processi fisici e fenomeni linguistici che, secondo la testimonianza di Aristotele, risale a Democrito e Leucippo34Aristotele, Metafisica 985 b 13 ss., a cura di G. Reale, Rusconi Libri, Milano 1993, pp. 24-27. , Lucrezio immagina gli atomi come le lettere dell’alfabeto della materia. La specularità tra formazione dei corpi e formazione delle parole, si fonda su un processo combinatorio, regolato da cinque principi ordinatori 35Osserva il chimico V. Balzani: «È interessante che l’International Union of Pure and AppliedChemistry, che è l’autorità internazionale nel campo della chimica e delle sue regole, dopo molti studi e discussioni, sia giunta alla conclusione che per definire compiutamente una molecola (problema di una complessità enorme) sono necessari cinque livelli di informazioni: connettiva, tautomerica, stereochimica, elettronica e isotopica. Un esame dettagliato mostrerebbe che, a parte l’informazione isotopica (che è d’importanza secondaria), le altre categorie d’informazione sono direttamente correlabili ai criteri di aggregazione indicati da Lucrezio». Cfr. V. Balzani, Le molecole: parole delle cose in I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, cit., pp. 133-134. (concursus motus ordo positura figurae), che governa ugualmente cose e parole, cosmo e testualità (Lucrezio, De rerum natura, II, 1013-1022).


«Quin etiam refert nostris in versibus ipsis
cum quibus et quali sint ordine quaeque locata;
namque eadem caelum mare terras flumina solem              
significant, eadem fruges arbusta animantis;
si non omnia sunt, at multo maxima pars est
consimilis; verum positura discrepitant res.
sic ipsis in rebus item iam materiai
concursus motus ordo positura figurae
cum permutantur, mutari res quoque debent
».

 

«Anzi, nei miei stessi versi ha somma importanza

con quali altre e in quale disposizione ogni lettera sia disposta;

infatti sono sempre le stesse a indicare il cielo, il mare, le terre,

i fiumi, il sole, le stesse a designare le messi, gli alberi, gli animali;

se non tutte, almeno la più gran parte di esse sono simili:

ma il loro ordine diverso distingue i nomi delle cose.

Ugualmente accade nei corpi: appena variano gli incontri,

i moti, l’ordine, la posizione, le forme della materia, 

anche i corpi stessi devono mutare»36Lucrezio, La natura delle cose, cit., pp. 230-233.

 

I concetti “scientifici” e linguistici contenuti nei versi riportati sono stati espressi con grande efficacia da I. Dionigi che dà la parola a Lucrezio stesso, inscenando un intenso dialogo con Seneca:


Lucrezio: «Semplice per chi vuole intendere. Le parole e le cose si formano dai principi primi [elementa]: atomi per le cose, lettere per le parole. Come i medesimi atomi costituiscono [constituunt] il cielo, il mare, le terre, i fiumi, il sole, le messi, gli alberi, i viventi, allo stesso modo le medesime lettere formano le parole [significant] cielo, mare, terre, fiumi, sole, messi, alberi, viventi. Chiaro, no?

Non solo. Le leggi che regolano gli atomi e formano l’universo sono le stesse della grammatica: combinazione, movimento, ordine, posizione, forme [concursusmotusordopositura figurae]. Per questo il piano degli atomi e il piano delle lettere, della lingua e della fisica, del testo e del cosmo si incrociano, si scambiano e si identificano. Se il modello è alfabetico e se all’inizio è la grammatica, il cosmo è leggibile»37I. Dionigi, Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi, Laterza, Bari 2018, pp. 81-82.

 

D’altro canto, se per Levi «scrivere è […] un trasformare»38P. Levi, Ex chimico in L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, p. 12.  connesso con l’arte del trasmutare propria dell’antica alchimia e della chimica, per I. Calvino, fine lettore di Lucrezio e di Levi stesso, la scrittura, proprio in quanto processo combinatorio per eccellenza, offre un «modello d’ogni processo della realtà»39I. Calvino, Leggerezza in Lezioni americane, Garzanti, Milano 1988, pp. 27-28. . Così, nelle Lezioni americane, scrive:

 

«Poi c’è il filo della scrittura come metafora della sostanza pulviscolare del mondo: già per Lucrezio le lettere erano atomi in continuo movimento che con le loro permutazioni creavano le parole e i suoni più diversi; idea che fu ripresa da una lunga tradizione di pensatori per cui i segreti del mondo erano contenuti nella combinatoria dei segni della scrittura: L’Ars Magna di RamónLull, la Kabbala dei rabbini spagnoli e quella di Pico della Mirandola… Anche Galileo vedrà nell’alfabeto il modello d’ogni combinatoria d’unità minime... »

.

 

Omologia tra materia e linguaggio

Il rapporto tra chimica e linguaggio risale alle origini di questa scienza e ne accompagna lo sviluppo nella storia40Antonio Di Meo, cit., pp. 50 ss. . In Carbonio Levi significativamente impiega metafore omologhe per descrivere l’avventura dell’atomo di carbonio («la danza si ripete», «il perpetuo spaventoso girotondo di vita e di morte61Carbonio, p. 237. », «il cammino in giù dell’energia») e il «cammino» della mano che corre sulla carta («un gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha mai descritto»). Il processo della scrittura, fondato sull’alleanza mano-cervello, è descritto in termini ossimorici, come Levi tende a fare ogniqualvolta affronta questioni di fondamentale importanza41P. V. Mengaldo, Lingua e scrittura in Levi, Introduzione a P. Levi, Opere III, Racconti e saggi, Einaudi, Torino 1990, p. 237: «[…] in termini ossimorici Levi tende a descrivere le esperienze fondamentali della sua esistenza e le questioni primarie della vita». . Una mano che scrive ovvero incide segni sulla carta, chiude il racconto, che si apre con la parola «lettore» e che narra l’epica metamorfosi di un atomo di carbonio con insistiti rimandi di carattere metanarrativo: il carbonio è detto «il nostro personaggio» e la sua «storia», pur «del tutto arbitraria», viene definita «vera»42«Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario […] volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio»; «È lecito parlare di “un certo” atomo di carbonio? Per il chimico esiste qualche dubbio […] nessun dubbio esiste per il narratore, il quale pertanto si dispone a narrare»58P. Levi, Carbonio, in Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1975, p. 230. ; «Potrei raccontare storie a non finire, di atomi di carbonio»; «Il lettore / storia / raccontare / il narratore – io narratore / narrare / il nostro personaggio / finzione del racconto / immaginare o inventare / discorso / linguaggio allusivo/ storia/ me che scrivo – mio scrivere / la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni di queste volute che sono segni». .

 

D’altra parte, Levi in Carbonio spinge ben oltre l’omologia fra materia e linguaggio, già sottesa agli esametri del poema di Lucrezio, indagando, ora in modo esplicito, ora in modo allusivo, tutte le analogie esistenti tra struttura della materia e struttura del linguaggio, secondo i livelli di una scala di crescente complessità. Giova, a tale proposito, rileggere Carbonio, senza dimenticare che esso si colloca dentro e a conclusione de Il sistema periodico, in stretta relazione con i libri (letti o scritti) che lo precedono, alla luce dello schema proposto dal chimico V. Balzani:43V. Balzani, cit., pp. 130- 145.

LINGUAGGIO-MATERIA

Lettere-atomi

Parole-molecole

Frasi-sistemi supramolecolari

Capitoli-cellule

Libri-organi

Collana di libri-apparati

Biblioteca-uomo

Escher

Dalla chimica e oltre la chimica: alphabetum Naturae, alphabetum vitae

Sbaglierebbe, però, il lettore che pensasse Levi intento a indagare la materia unicamente sulla base dell’alfabeto della chimica. Levi, infatti, vuole esplorare non solo l’alfabeto della chimica, bensì tutti gli alfabeti della Natura e della vita.  Perché, per dirla con Odifreddi, sa benissimo che «la Natura usa non uno, ma svariati alfabeti. Quello della fisica consiste di due dozzine di lettere chiamate quark e leptoni (come gli elettroni e i neutrini), che si combinano in parole chiamate atomi. A loro volta, gli atomi costituiscono l'alfabeto della chimica, le cui lettere si combinano in parole chiamate molecole, e in testi più lunghi chiamati macromolecole: queste ultime hanno nomi ormai familiari, come gli acidi nucleici (il DNA e l’RNA), i lipidi (o grassi), i polisaccaridi e le proteine. 

Ma il parallelismo con il linguaggio si estende anche oltre la chimica, nella biologia. L'alfabeto della vita consiste infatti di quattro lettere (le basi azotate A, T, G e C), che si combinano in parole di tre lettere (i codoni), in capitoli (i geni), in libri (i cromosomi) e in enciclopedie (i genomi). E ogni cellula eucariota contiene una copia dell'enciclopedia che codifica il programma dell'organismo al quale la cellula appartiene»44P. Odifreddi, Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, Rizzoli, Milano 2013, p. 54. . 

  Così il racconto leviano esplora il «miracolo del carbonio»45Testo del documentario della BBC, in «L’Ateneo», XIII (1985), n. 3.  quale «materia prima della vita» dal livello minerale («roccia calcarea»), a quello vegetale («il tronco venerabile di un cedro»), a quello animale («un tarlo») e umano («misteriosi messaggeri di forma del seme umano»), con lo sguardo rivolto alla «lunghissima storia» del cosmo.

 

 

 

Dall’impurezza e dalla metamorfosi la vita

Ma da che cosa scaturisce la vita? La risposta, benché non possa dirsi mai esaustiva, risulta trasparente: la vita nasce dall’impurezza e dalla metamorfosi («[…] da questa sempre rinnovata impurezza dell’aria veniamo noi: noi animali e noi piante, e noi specie umana»46Levi non solo riprende qui l’allineamento paratattico già evidenziato a proposito di Lucrezio (De rerum natura, I, 820-821), ma identifica animali, piante, uomini, alla maniera dell’Empedocle che nel Poema lustrale, parlando delle proprie metamorfosi, racconta di essere stato «fanciullo/a», «virgulto», «uccello», «pesce del mare» (fr. 31 B 117 Diels-Kranz). Cfr. la lirica Autobiografia nelle proposte didattiche. ).

 

In Zinco leggiamo «l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. […] Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile».

 

Leggendo Potassio apprendiamo, a proposito della “metamorfosi” connessa con il “distillare”, che la purezza non esiste in natura.

 

«Per ottenerla», infatti, «è necessario un lavorio lento e faticoso, una messa-in-opera complessa e ricorrente da parte degli uomini. […] Levi vede un contrasto fra la scienza come artificio, come pratica anatomica e la vita, fra il lato analitico della chimica e la vita: quest’ultima, infatti, per Levi è invece contaminazione, incrocio, mescolanza, composizione, ibridazione. Fra le sostanze e fra gli organismi, anche fra quelli umani»47A. Di Meo, cit., pp. 98-99. .

 

In tal modo, Levi riprende l’amato Galileo, che in un passo del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, per confutare la tesi aristotelico-tolemaica che identifica la perfezione nell’immobilità, fa pronunciare al suo alter ego copernicano Sagredo un elogio della perenne trasformazione e corruttibilità dei corpi terrestri e celesti. Solo il terrore della morte, infatti, ha potuto indurre gli aristotelici a ritenere perfetto ciò che è immutabile:

 

«Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell’universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all’incontro stimar grande imperfezione l’esser alterabile, generabile, mutabile etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e sì diverse alterazioni, mutazioni, generazioni etc., che in lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d’arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosil’acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l’animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani»48G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (Giornata I, Sagredo), a cura di A. Crescini, Studio Tesi, Pordenone 1988.

 

 

L’equilibrio instabile della trasmutazione: la vita (ibrida e precaria) si annida in un’ansa

Se è vero che la vita è connessa con il mutamento e con l’ibridazione, è altrettanto vero che essa è fragile e appare come una felice eccezione in Natura. Come fa, dunque, a incubare la vita?49La domanda, centrale in Levi, torna insistentemente nell’articolo L’asimmetria e la vita, cit.

 

«Così è la vita», benché raramente essa venga così descritta: un inserirsi, un derivare a suo vantaggio, un parassitare il cammino in giù dell’energia, dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore a bassa temperatura. Su questo cammino all’ingiù, che conduce all’equilibrio e cioè alla morte, la vita disegna un’ansa e ci si annida»

.

 

E se il sapere scientifico non può fornire risposte esaustive e definitive alle domande prime e ultime sulla Natura e sull’uomo nella Natura, spetta alla letteratura tentare una spiegazione mediata dalla forza delle immagini e dal dialogo con i Classici. Così, dopo aver attinto a Lucrezio e Galileo, Levi sembra cercare una risposta in un materialismo cosmico e in un nichilismo di marca leopardiana50A. Di Meo, chimico e storico della scienza, che si è occupato dell’influsso del pensiero scientifico sulla letteratura, sostiene la tesi di «un vero e proprio leopardismo di Levi» (A. Di Meo, cit., p. 8). , collocandosi in un filone di intenso dialogo tra scienza e letteratura fecondo quanto minoritario della nostra tradizione.

 

Certo, in Natura «La danza si ripete», ma il «perpetuo spaventoso girotondo di vita e di morte61Carbonio, p. 237. , in cui ogni divoratore è immediatamente divorato», che ricorda le tesi materialistiche contenute nel Dialogo della Natura e di un Islandese e in particolare la conclusione dell’operetta, ne vanifica l’armonico equilibrio, soprattutto perché solo «la morte degli atomi, a differenza dalla nostra, non è mai irrevocabile».

 

Sempre echeggiando Leopardi, specie il Leopardi delle Operette morali, meditato alla luce di Darwin51Giova osservare che nel grafo collocato in apertura dell’antologia La ricerca delle radici C. Darwin si trova, accanto ai già citati Lucrezio, Bragg e Clarke, nell’itinerario della «salvazione del capire», in opposizione a Giobbe (il «giusto oppresso dall’ingiustizia») e ai «buchi neri» di un universo indifferente alle sorti della specie umana, di fronte alla linea che documenta la coscienza della «statura dell’uomo». A proposito dell’autore de L’origine delle specie e a commento del brano antologizzato (“Perché gli animali sono belli?”), Levi annota: «Negando all’uomo un posto di privilegio nella creazione, riafferma col suo stesso coraggio intellettuale la dignità dell’uomo». , Levi evidenzia anche l’irrilevanza della specie umana e della sua storia nell’ordine cosmico, irridendone la ridicola presunzione:

 

«Del resto, la nostra stessa presenza sul pianeta diventa risibile in termini geometrici: se l’intera umanità, circa 250 milioni di tonnellate, venisse ripartita come un rivestimento di spessore omogeneo su tutte le terre emerse, la “statura dell’uomo” non sarebbe visibile ad occhio nudo; lo spessore che si otterrebbe sarebbe di circa sedici millesimi di millimetro»

.

 

La voce narrante assume qui la prospettiva straniata di un osservatore esterno, adotta cioè un procedimento ricorrente nelle Operette morali e volto a demistificare una visione antropocentrica e finalistica del cosmo. È il caso, ad esempio, del dialogo in cui un Folletto rivela ad uno Gnomo, il quale si chiede come mai gli uomini non scavino più gallerie nelle viscere della terra per andare in cerca di oro e argento, che gli uomini sono tutti morti, senza che la loro scomparsa abbia sconvolto i ritmi della natura e i tempi del cosmo. Di fronte all’incredulità dello Gnomo, restio a credere che l’universo possa fare a meno della specie umana, che ha causato la sua stessa estinzione, il Folletto dimostra allo Gnomo che è possibile l’estinzione di un’intera specie attraverso un argomento scientifico inoppugnabile:

 

Folletto: «Tu che sei maestro in geologia, dovresti sapere che il caso non è nuovo, e che varie qualità di bestie si trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo pochi ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non adoperarono niuno di tanti artifizi che, come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione»52G. Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo in Operette morali, Garzanti, Milano 1984.

.

 

Notizie dal cielo

D’altra parte, anche quando le stelle, un tempo contemplate e cantate dai poeti, si rivelano «fornaci atomiche», Levi sembra osservare il firmamento con l’occhio di Leopardi53Anche nel racconto Una stella tranquilla (Lilit e altri racconti) Levi, ancora una volta saldando scienza e letteratura, scruta il cielo pensando a Leopardi: «[…] tutti i poeti ed i sapienti che forse avevano scrutato quel cielo, e si erano domandati a che valessero tante facelle, e non avevano trovato risposta».  ed esprime l’auspicio (o forse il rimpianto) che un giorno possa nascere un poeta-scienziato in grado di seguire la lezione di Empedocle, Lucrezio, Galileo, Leopardi; un poeta-scienziato in grado di trovare un ordine nel groviglio e in grado di trovare immagini capaci di far esperire ai nostri sensi la cognizione del groviglio.


«Non è ancora nato, e forse non nascerà mai, il poeta scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale ed all'esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci entro gli orizzonti terrestri.

Queste notizie dal cielo sono una sfida alla nostra ragione. È una sfida da accettare. La nostra nobiltà di fuscelli pensanti ce lo impone: forse il cielo non farà più parte del nostro patrimonio poetico, ma sarà, anzi è già, nutrimento vitale per il pensiero.

È possibile che il nostro cervello sia un unicum nell'universo: non lo sappiamo, né probabilmente lo sapremo mai, ma sappiamo già fin d'ora che è un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella o un pianeta. Non neghiamogli alimento, non cediamo al panico dell'ignoto.

Forse spetterà a loro, agli studiosi degli astri, dirci quanto non ci hanno detto, o ci hanno detto male, i profeti ed i filosofi: chi siamo, donde veniamo, dove andiamo». 

«Io credo che quanto si va scoprendo sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo sia sufficiente ad assolvere questa fine di secolo e di millennio»54P. Levi, Notizie dal cielo in L’Altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, pp. 172-175.

 

Ora che il «cielo stellato» sopra di noi si è fatto «sempre più intricato» e inquietante, ogni acquisizione appare parziale e provvisoria: la ricerca non approda a certezze, genera semmai sempre nuove interrogazioni o al massimo supposizioni (l’iterazione insistita dell’avverbio «forse» riprende l’analogo modulo impiegato da Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Ora che le stelle ci trasmettono solo messaggi «decifrabili da pochi iniziati» e «il nostro linguaggio di tutti i giorni fallisce», le domande rivolte agli studiosi degli astri, chiamati a spiegarci «quanto non ci hanno detto, o ci hanno detto male, i profeti ed i filosofi», sono le medesime che il pastore rivolge all’astro lunare, che resta però silenzioso, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: «chi siamo, donde veniamo, dove andiamo».

Parallelamente, all’orizzonte si profilano le scoperte scientifiche concernenti «un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella e un pianeta», il cervello umano, una prodigiosa macchina rabberciata e imperfetta, che conferisce alla nostra specie la «nobiltà di fuscelli pensanti», protesi all’esplorazione dell’«infinitamente grande» e dell’«infinitamente piccolo».

J.Mirò
 

Le conchiglie, il tempo, la scrittura

Nei racconti “cosmicomici” Calvino, come Levi, un «classico» del Novecento, suggestionato (tra gli altri) da Lucrezio, Galileo, Leopardi e parimenti mosso dalla volontà di saldare scienza e letteratura, specie dopo l’incontro con Giorgio De Santillana, sceglie, sulla scorta di Leopardi, una prospettiva straniata e ironica per raccontare “miticamente” ipotesi cosmologiche, teorie evoluzionistiche, studi di chimica, fisica, geologia.

Ne Le conchiglie e il tempo, il dato scientifico di partenza su cui s’innesta l’immaginazione riguarda gli «organismi viventi» che in remotissime epoche geologiche iniziano a «secernere conchiglie calcaree».

Il protagonista, il palindromo dal nome impronunciabile e dalla natura mutevole Qfwfq, è qui un mollusco e narra il suo tentativo di dare origine a un tempo proprio, attraverso la strenua e faticosa costruzione del proprio guscio calcareo.

Anche il guscio calcareo di Qfwfq, però, è destinato, come tutti gli altri gusci, a un tempo di vita finito, è destinato ad essere frantumato, sommerso dal tempo lungo delle ere geologiche, un «tempo-sabbia»55Il «tempo-sabbia» che seppellisce le conchiglie vuote ricorda il «fierissimo vento», che, secondo una delle due conclusioni ironiche dell’operetta, si leva mentre l’Islandese pronuncia la sua vibrata requisitoria contro la Natura, indifferente alle sorti dei viventi, seppellendolo sotto un «superbissimo mausoleo di sabbia».  che seppellisce le conchiglie vuote, regalo «alla più volubile razza di abitanti del provvisorio», per divenire sostanza del mondo, occasione attraverso la quale l’uomo ha potuto misurare il tempo della vita sulla terra e il proprio tempo, quello della storia.


«Non dico, una parte di merito l'avete anche voi, quel che c'era scritto tra le righe del quaderno di terra siete voi che avete saputo leggerlo, (ecco che uso la solita metafora vostra, la roba scritta, di lì non si scappa, è la prova che siamo nel vostro territorio, non più nel mio), siete riusciti a compitare i caratteri stravolti del nostro balbettante alfabeto sparpagliato tra intervalli millenari di silenzio, ne avete tirato fuori tutto un discorso filato, un discorso su di voi. Ma dite, come ci avreste letto, là in mezzo, se noialtri, pur senza saper cosa, non ci avessimo scritto, ossia se noi, sapendolo bene, non avessimo voluto scrivere, (continuo con le vostre metafore, visto che ci sono), segnare, essere segno, rapporto, relazione di noi ad altri, cosa che essendo com'è in sé e per sé accetta d'essere altro per altri (...). Qualcuno doveva pur cominciare: non tanto a fare quanto a farsi, a farsi cosa, a farsi in ciò che faceva, a far sì che tutte le cose lasciate, le cose seppellite, fossero segni d'altro, l'impronta delle spine del pesce nell'argilla, le foreste carbonizzate e petrolifere, la zampata del dinosauro del Texas nel fango del Cretaceo, ciottoli scheggiati del paleolitico, la carcassa del mammuth ritrovato nella tundra della Bereskova con tra i denti i resti dei ranuncoli brucati dodicimilaanni fa,.. Venere di Willendorf, le rovine d'Ur, i rotoli degli Esseni, la punta di lancia longobarda spuntatasi a Torcello, il tempio dei Templari, il tesoro degli Incas, il Palazzo d'Inverno e l'Istituto Smolnij, il cimitero de automobili... 

 

A partire dalle nostre spirali interrotte avete messo insieme una spirale continua che chiamate storia. Non so se avete tanto da stare allegri, non so giudicare di questa cosa non mia, per me questo è solo il tempo-impronta, l'orma della nostra impresa fallita, il rovescio del tempo, una stratificazione di resti e gusci e necropoli e catasti, di ciò che perdendosi si è salvato, di ciò che essendosi fermato vi ha raggiunto. La vostra storia è il contrario della nostra, il contrario della storia di ciò che muovendosi non è arrivato, di ciò che per durare si è perso: la mano che modellò il vaso, gli scaffali che bruciarono ad Alessandria, la pronuncia dello scriba, la polpa del mollusco che secerneva la conchiglia...»56I. Calvino, Le conchiglie e il tempo in Tutte le Cosmicomiche, a cura di C. Milanini, Mondadori, Milano 1997, pp. 347-351.

 

Per indicare i segni impressi dalla Natura e dalla Cultura torna la metafora cara a Calvino della scrittura come «sostanza pulviscolare del mondo»: tutta la realtà, naturale e umana, è scritta nei «caratteri» di un «balbettante alfabeto» difficile da decifrare.

Levi e Calvino

 

Carbonio: una lettura in chiave ecologica

Un atomo di memoria

Tra immaginazione e possibilità reale, Carbonio racconta una storia di vita. La storia di un atomo che si è formato nel cuore delle prime stelle dell’universo57T. Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019, p.15.  e che non ha fine, almeno fino a che la sua integrità di atomo è preservata. È lecito per l’autore parlare proprio di «un certo atomo di carbonio» e «nessun dubbio esiste per il narratore, il quale pertanto si dispone a narrare»58P. Levi, Carbonio, in Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1975, p. 230. .

«Collegare le discipline umanistiche alla scienza attraverso le arti creative è un compito difficile»59E. O. Wilson, Le origini della creatività, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, p.41. , ma la creatività dello scrittore/chimico è capace di muoversi in connessione continua tra conoscenza della materia e invenzione letteraria.


La chimica, dunque, da questo punto di vista è una scienza della materia in cui, di necessità, il diverso si trova positivamente collocato all’interno di forme di relazioni multiple, nelle quali però ne viene salvaguardata l’individualità e la cui dinamica dipende proprio da quest’ultima. Nell’eterna vicissitudine della materia plurale dei chimici, quindi, si constata che qualcosa rimane al fondo invariato, l’atomo elemento-individuo appunto; quell’atomo di carbonio, per esempio, di cui – come fa Levi – si può astrattamente immaginare la vicissitudine fino a un suo punto finale (ma relativo…).

È, questo appena descritto, lo sfondo di filosofia chimica de “Il sistema periodico” e del […] capitolo Carbonio60A. Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora, cit., p.116. .

 

Carbonio, chiusura dinamica de Il sistema periodico, è anche un’azione di memoria. Quell’atomo, proprio quello, capace di tale viaggio immaginario ma verosimile, che passa da inorganico a organico, da immobile e prigioniero a dinamico e libero, nell’evocato girotondo di vita e di morte61Carbonio, p. 237. , è una sorta di testimone, custode e trasmettitore di memoria della vita “prima”, del passaggio di furia e violenza del Lager, della vita “dopo”.

 

Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto: ecco volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio.62Ivi, p. 230.

 

E con questa storia celebrare la vita e gli amici del 1942, rievocati in Oro, quando «fantasticavo di scrivere la saga di un atomo di carbonio»63P. Levi, Oro, in Il Sistema periodico, cit, p. 131. :

 

La mia idea era quella di insegnare alla gente questo miracolo del carbonio quale elemento vitale, di spiegarle il perché di questa storia sbalorditiva, di come il carbonio può diventare un elemento vivo.64Testo del documentario della BBC, in «L’Ateneo», XIII (1985), n. 3.

 

Con le avventure di quel carbonio che «uscì per il camino e prese la via dell’aria», possono essere richiamate alla memoria le storie di persone amate perdute in vento e cenere, magari tornate alla vita attraverso il viaggio simile di atomi simili65Carbonio, p. 236 .

Fare memoria diventa così creare:

 

La creatività è il carattere distintivo della nostra specie e ha come fine ultimo la comprensione di noi stessi: che cosa siamo, come siamo diventati così e quale destino, se esiste, determinerà le tappe future della nostra traiettoria storica. […] I due grandi rami della conoscenza, l’ambito scientifico e quello umanistico, sono complementari nel nostro esercizio della creatività.66E. O. Wilson, Le origini della creatività, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, edizione italiana a cura di T. Pievani, p. 3.

 

Facendo riferimento a tale complementarità, la finzione e la simbologia del racconto offrono moltissimi spunti di riflessione. La ciclicità su cui Levi insiste, le metamorfosi da materia inorganica a organica e viceversa, i passaggi di stato da solido a gas, l’essere sciolto in soluzione, legato in catene di atomi fratelli o ad altri elementi, gli scambi e le trasformazioni di energia, che caratterizzano tali passaggi suggeriscono con vigore una lettura in chiave ecologica di questo straordinario racconto, che proprio la simulazione e l’invenzione contribuiscono a rendere mitico.

L’Ecologia, dal greco antico oikos(casa) + logos (termine troppo denso di significati per essere adeguatamente tradotto)67Vedi: https://www.treccani.it/vocabolario/logos/ , studia l’interazione tra organismi viventi e il loro ambiente, sia come insieme di fattori chimico-fisici (clima, suolo, luce, nutrimento) che di relazioni tra esseri viventi, intesi come fattori biologici.

Sono parte di tali relazioni i “personaggi”, protagonisti o figuranti, di Carbonio: il Banco calcareo, l’Acqua del mare e del torrente, la CO2, il Vento, il Sole, l’Uomo/Fabbro, il Falco, la Vite, l’Uomo/Utilizzatore, il Cedro, il Tarlo, i Microrganismi dell’humus, l’Uomo/Scrittore68Nel centenario della nascita di Primo Levi (31 luglio 1919),la rivista on-line “Doppio zero” ha costruito un Dizionario Levi e la lettera E, scritta da Nicolò Scaffai, è dedicata all’ecologia. Vedi: https://www.doppiozero.com/materiali/ecologia .

 

Informazione

L’epica dell’atomo di carbonio prende quindi il via:

 

Così avviene dunque che ogni elemento dica qualcosa a qualcuno (a ciascuno una cosa diversa) come le valli o le spiagge visitate in giovinezza: si deve forse fare un’eccezione per il carbonio perché dice tutto a tutti, e cioè non è specifico, allo stesso modo che Adamo non è specifico come antenato.69Carbonio, pp 229-230.

 

Proprio all’inizio della narrazione, dunque, Levi lascia una traccia appena accennata, quasi messa lì per caso. La citazione biblica del primo uomo apre al vasto scenario, non ancora del tutto svelato, dell’origine della nostra specie. Molte scoperte fossili corredate oggi da indagini genetiche hanno fatto luce su questi temi e più si va avanti e più la complessità di prospettive rispetto alla storia di Homo Sapiens aumenta. Molto è ancora da chiarire, ma le conoscenze sono di molto aumentate, basti pensare che quando Il sistema periodico viene pubblicato, nel 1975, i resti di “Lucy”70Lucy è il nome con cui viene comunemente identificato il reperto A.L. 288-1, scoperto nel 1974 in Etiopia, consistente in centinaia di frammenti di ossa fossili che rappresentano il 40% dello scheletro di un esemplare femmina, il primo scoperto, di Australopithecus afarensis. Vedi, ad es.: https://it.wikipedia.org/  sono stati da poco trovati.

Allo stato attuale, abbiamo chiaro che Homo Sapiens ha avuto origine in Africa circa 200.000 anni fa e si è sviluppato fino a colonizzare tutta la Terra e raggiungere il numero odierno di oltre 7 miliardi, come rappresentato nell’immagine (fig.1)71Immagine tratta da: L. Cavalli Sforza, T. Pievani (a cura di), Homo Sapiens - La grande storia della diversità umana, Codice, Torino 2011. .

Fig.1

Ancora da chiarire è però l’interazione della nostra specie con altre dello stesso genere Homo:

Con una certa sorpresa negli ultimi anni abbiamo poi scoperto che un ulteriore contributo alla nostra ricchezza genetica ci è giunto da altre due specie umane, in particolare l’uomo di Neandertal e l’uomo di Denisova, con le quali i nostri antenati usciti dall’Africa si accoppiarono occasionalmente in Medio Oriente, Europa e Asia centrale tra 100.000 e 40.000 anni fa. Evidentemente tra noi e loro non si era ancora chiusa la barriera genetica e potevamo incrociarci mettendo alla luce cuccioli ibridi che non erano sterili, ma avevano a loro volta una discendenza. Il risultato è che questa ibridazione introiettò alcune sequenze genetiche neandertaliane e denisovane nel genoma di alcune popolazioni di Homo Sapiens moderni non africani, tracce che poi si sono diluite e frammentate nel corso del tempo, ma permangono ancora oggi.72T. Pievani, Imperfezione... cit, pp.106-107.

Ogni nuovo reperto riportato alla luce in anni recenti ha contribuito, di volta in volta ad ipotesi ed interpretazioni più accurate, ad integrazione del modello “Out of Africa”. 

Gli attuali orientamenti propendono quindi per l’idea di un reticolo di relazioni (fig. 2):

Fig.2

 

L’analisi di genomi antichi prelevati da fossili suggerisce che nel remoto passato le diverse specie umane che abitavano la Terra si sarebbero conosciute intimamente. Una conseguenza di questi incontri è che l’immagine che riesce a catturare meglio le relazioni tra queste specie non è quella dell’albero, ma del reticolo. Per esempio, circa 100.000 anni fa una piccola popolazione di Neanderthal che si stava spostando dall’Europa all’Asia si sarebbe incrociata con una primissima ondata di Homo Sapiens in uscita dall’Africa (1). Tra 50.000 e 60.000 anni fa, altri rappresentanti della nostra specie e di quella dei Neanderthal si sarebbero incrociati in Medio Oriente, incontro ripetuto circa 40.000 anni fa in Romania (2). Un altro incrocio è avvenuto in Asia oltre 50.000 anni fa tra Sapiens e Denisoviani (3). Questi ultimi avrebbero incontrato anche i Neanderthal, sempre in Asia (4) e una popolazione fantasma (5).73A. Meldolesi, Fantasmi del passato, Le Scienze, n. 620, aprile 2020, pp.26-31.

 

Siamo, come tutti i viventi, il prodotto di informazione. L’analisi dei genomi fossili si sta avvalendo anche dell’intelligenza artificiale, attraverso l’impiego di tecniche di bioinformatica.


Una struttura vivente è il prodotto di informazione. Nei nostri cromosomi centinaia di milioni di unità di informazione (i nucleotidi) sono messi in fila in ordine perfettamente (geneticamente) definito. […] La natura semplice dell’informazione genetica [è un] chip lunghissimo fatto di un filo lineare in grado di auto-riprodursi.

Ogni filamento è stampo dell’altro, ogni filamento è quindi copia e stampo di se stesso. […].

Poiché siamo, siamo frutto di scelta, di selezione. Siamo informazione. Secondo la Scienza dell’informazione questo significa in termini formali che siamo il prodotto di accumulo di energia.74E. De Mauro, Epigenetica, il DNA che impara. Istruzioni per l’uso del patrimonio genetico, seconda edizione rivista ed ampliata, Asterios, Trieste 2020, pp. 14-16.

 

All’informazione proprio il carbonio contribuisce in maniera determinante, come elemento fondamentale delle quattro basi del DNA, le quattro lettere che costituiscono l’alfabeto della vita.75Cfr. p. 15: Adenina, Timina, Guanina e Citosina (ATGC), componenti dei nucleotidi e composti organici del carbonio.

 

Il carbonio, infatti, è un elemento singolare: è il solo che sappia legarsi con se stesso in lunghe catene stabili senza grande spesa di energia, ed alla vita sulla terra (la sola che finora conosciamo) occorrono appunto lunghe catene.76Carbonio, p.231.

 

Fotosintesi = Rivoluzione

Prima ancora di diventare materia organica, nel momento in cui «la sua storia, da immobile, si fece tumultuosa»77Ibidem. il carbonio leviano è partecipe nelle trasformazioni dell’energia, la più “miracolosa” delle quali è un evento rivoluzionario.

La scelta dell’anno in cui far iniziare l’avventura organica non è casuale: il 1848 delle rivoluzioni europee cariche di speranze e di nuovi ideali.


Perciò il carbonio è l’elemento chiave della sostanza vivente: ma la sua promozione, il suo ingresso nel mondo vivo, non è agevole, e deve seguire un cammino obbligato, intricato, chiarito (e non ancora definitivamente) solo in questi ultimi anni. Se l’organicazione del carbonio non si svolgesse quotidianamente intorno a noi, sulla scala dei miliardi di tonnellate alla settimana, dovunque affiori il verde di una foglia le spetterebbe a pieno diritto il nome di miracolo.

L’atomo di cui parliamo, accompagnato dai suoi due satelliti che lo mantenevano allo stato di gas, fu dunque condotto dal vento, nell’anno 1848, lungo un filare di viti.78Ivi, p. 232.

 

Qui si apre un piccolo “giallo”:


Se qui il mio linguaggio si fa impreciso ed allusivo, non è solo per mia ignoranza: questo avvenimento decisivo, questo fulmineo lavoro a tre, dell’anidride carbonica, della luce e del verde vegetale, non è stato ancora descritto in termini definitivi, e forse non lo sarà per molto tempo ancora, tanto esso è diverso da quell’altra chimica “organica” che è opera ingombrante, lenta e ponderosa dell’uomo: eppure questa chimica fine e svelta è stata “inventata” due o tre miliardi d’anni addietro dalle nostre sorelle silenziose, le piante, che non sperimentano e non discutono, e la cui temperatura è identica a quella dell’ambiente in cui vivono.

Se comprendere vale farsi un’immagine, non ci faremo mai un’immagine di uno happening la cui scala è il milionesimo di millimetro, il cui ritmo è il milionesimo di secondo, ed i cui attori sono per loro essenza invisibili. Ogni descrizione verbale sarà mancante, ed una varrà l’altra: valga quindi la seguente.79Ibidem.

 

Proprio nella descrizione «seguente» del processo fotosintetico ci sono due errori non da poco e sembra improbabile che Levi (al contrario di quello che ci vuole far credere) non fosse al corrente dei meccanismi della fotosintesi clorofilliana, svelati in decenni precedenti.

Le incongruenze sono state messe in evidenza da Nick Lane in Life Ascending80N. Lane, Life Ascending: The Ten Great Inventions of Evolution, W.W. Norton & Company, New York & London, 2009. , tradotto in italiano come Le invenzioni della vita. Le dieci grandi tappe dell’evoluzione ed etichettate come «percezione generale della fotosintesi». L’autore precisa che Il sistema periodico era stato votato (anche da lui stesso) come «il miglior libro di divulgazione scientifica di tutti i tempi» alla Royal Institution di Londra nel 2006, ma spiega bene che l’energia solare non attiva la CO2 e il carbonio non viene separato dall’ossigeno.81N. Lane Le invenzioni della vita. Le dieci grandi tappe dell’evoluzione, Il Saggiatore, Milano 2012, pp. 72-73.

Lo stesso Lane ha ripreso di recente l’argomento con un contributo dal titolo Costruire con la luce, pubblicato nel sito del Centro Internazionale Primo Levi:

 

Ho riletto pertanto Il sistema periodico, in cui, con occhio più maturo, ho rilevato alcune incongruità che in gioventù mi erano sfuggite. Dal punto di vista della scrittura scientifica, e delle motivazioni dell’autore, la storia del carbonio risale a quello che potremmo definire il suo periodo idealistico d’anteguerra; la sua esposizione scritta appartiene invece al dopoguerra, al momento in cui era ben lieto di aver trovato un mestiere.82N. Lane, Costruire con la luce. Primo Levi: scienza e scrittura, in:https://www.primolevi.it/sites/default/files/inline-files/costruire%20con%20la%20luce.pdf , p.2.

 

E aggiunge: «una descrizione non vale l’altra, per quanto poetica sia. Se lo fosse, la scienza, e perfino la conoscenza, sarebbe inutile». Lasciamo che sia lo stesso Lane a parlare:


È vero, le cellule usano l’anidride carbonica per formare molecole organiche. Per farlo ricorrono all’idrogeno, ed è per questo che hanno bisogno d’acqua. Lo sappiamo perché esistono batteri che si comportano in un modo solo leggermente diverso. Anch’essi usano l’energia del sole per costruire la loro materia fondamentale grazie all’anidride carbonica ma attingono all’idrogeno di cui hanno necessità da altre fonti [...].

Consideriamo le seguenti equazioni:

 

2H2S + CO2 → [CH2O] + H2O + 2S

2H2O + CO2 → [CH2O] + H2O + O2

 

dove [CH2O] è la formula generale di uno zucchero, cioè la «catena della vita» di cui parla Levi.

La somiglianza tra queste due equazioni fu notata per la prima volta negli anni Trenta dal microbiologo olandese-americano Cornelis van Niel, che capì subito che l’idrogeno veniva separato dall’acido solfidrico e legato all’anidride carbonica per formare uno zucchero, con il conseguente residuo di zolfo. Nei vegetali, in modo perfettamente analogo, l’idrogeno viene ottenuto dall’acqua, ma in questo caso il prodotto di scarto è un gas, cioè l’ossigeno, che viene liberato nell’atmosfera. È questo che fa la luce: offre l’energia necessaria a separare l’idrogeno. La luce non ha nulla a che fare con l’anidride carbonica.

La prova che l’ossigeno viene ottenuto dall’acqua e non da CO2 venne fornita dagli esperimenti condotti nel 1940 da Sam Ruben e Martin Kamen, quando Primo Levi era ancora uno studente di chimica all’università di Torino.

[...]

In seguito, sempre nel corso degli anni Quaranta, Melvin Calvin e Andrew Benson condussero una serie di esperimenti analoghi con l’anidride carbonica radioattiva, allo scopo di dimostrare che le fasi biochimiche che fissano l’idrogeno nella CO2 non sono legate alla luce e possono perfettamente avere luogo anche al buio. Ora si chiamano infatti «fasi oscure» della fotosintesi.83Ivi, pp.3-4.

Molecola clorofilla
Ciclo Calvin-Benson

84

 

Insomma, Primo Levi doveva sapere tutto ciò nel momento in cui scriveva.

Torniamo così all’intreccio tra letteratura, scienza, finzione e creatività: era evidentemente importante nella narrazione rendere il carbonio assoluto protagonista di rivoluzione, una «rivoluzione catastrofica», per dirla con Pievani:

 

il Grande Evento Ossidativo. In centinaia di milioni di anni l’atmosfera si riempì di ossigeno, fino a quel 21% che è stabile (per nostra fortuna) di 800.000 anni almeno.85T. Pievani, Imperfezione...., cit., p. 38.

 

Da 450 milioni di anni, le piante, per mezzo della clorofilla, convertono l’energia solare in composti organici, utilizzando la luce per scindere l’acqua, ricavando idrogeno, assorbendo anidride carbonica e rilasciando, come prodotto di scarto, l’ossigeno, che ora significa vita, ma che quando iniziò a diffondersi nell’atmosfera non era altro che un gas molto reattivo e tossico.

Questa fu la rivoluzione che portò allo stabilirsi sulla Terra della vita nelle forme attuali, passando attraverso il drastico abbassamento di temperatura, la drammatica variazione di composizione dell’atmosfera, la creazione della fascia di ozono che ci protegge dalla radiazione ultravioletta.


Ma c’è di più e di peggio, a scorno nostro e della nostra arte. L’anidride carbonica, e cioè la forma aerea del carbonio, di cui abbiamo finora parlato: questo gas che costituisce la materia prima della vita, la scorta permanente a cui tutto ciò che cresce attinge, e il destino ultimo di ogni carne, non è uno dei componenti principali dell’aria, bensì un rimasuglio ridicolo, un’“impurezza” trenta volte meno abbondante dell’argon di cui nessuno si accorge. L’aria ne contiene il 0,03 per cento [...]

da questa sempre rinnovata impurezza dell’aria veniamo noi: noi animali e noi piante, e noi specie umana, coi nostri quattro miliardi di opinioni discordi, i nostri millenni di storia, le nostre guerre e vergogne e nobiltà e orgoglio.86Carbonio, p. 233.

 

«Noi specie umana» stiamo rischiando il nostro futuro e quello del nostro pianeta, proprio a causa dell’aumento di CO2 nell’aria. Da alcuni anni è stato coniato il termine “Antropocene” per definire la presente era geologica, «in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana»87https://www.treccani.it/vocabolario/antropocene_(Neologismi) . Di questo, Primo Levi era ben conscio:

 

Ci siamo accorti insomma di essere stati mirabilmente ingegnosi a breve termine, nella risoluzione di problemi magari complessi, ma temporanei e marginali, e di essere stati invece incredibilmente imprevidenti nei riguardi di problemi maggiori, che si estendono nello spazio e nel tempo, e da cui dipende nulla meno che la sopravvivenza della nostra civiltà, o addirittura della nostra specie.88P. Levi I due volti della chimica – Prefazione, in Luciano Caglioti, I due volti della Chimica – benefici e rischi, Mondadori, Milano 1979, p.10.

 

«Il carbonio si fa vivente» ovvero «un perpetuo spaventoso girotondo di vita e di morte61Carbonio, p. 237. »

Il prodotto primario della fotosintesi è il glucosio, fonte di energia e base di sintesi degli altri composti organici; il nostro atomo sta lì, in «una bella struttura ad anello, un esagono quasi regolare»89Carbonio, p. 233.  insieme ad altri suoi cinque compagni, impossibili da distinguere l’uno dall’altro se non nella finzione del racconto «ormai sta sciolto in acqua, anzi, nella linfa della vita, e questo, di stare sciolti, è obbligo e privilegio di tutte le sostanza che sono destinate a (stavo per dire “desiderano”) trasformarsi»90Ivi, pp.233-234. .

«Trasformarsi» significa entrare nel metabolismo di un organismo vivente, mutare attraverso passaggi diversi, necessari, ma anche casuali, dai processi digestivi a quelli respiratori, per tornare CO2, partecipando a scambi di energia, percorrendo «il cammino in giù dell’energia dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore a bassa temperatura. Su questo cammino all’ingiù, che conduce all’equilibrio e cioè alla morte, la vita disegna un’ansa e ci si annida.91Ivi, p.235. »

 

Se nasci, ti nutri, cresci, interagisci con l’ambiente e con gli altri, possibilmente ti riproduci, e poi muori, e se insieme a molti altri tuoi simili morituri appartieni a una popolazione che evolve nel tempo, allora sei vivo. Da questo elenco di facoltà precipue si può notare quanto sia imperfetta quella paradossale fragile meraviglia che chiamiamo vita. Come un’interminabile staffetta, un pulviscolo di miriadi di esistenze individuali appaiono e scompaiono, nascono e finiscono e si sacrificano, affinché l’avventura della specie possa continuare ancora per un po’.92T. Pievani, Imperfezione... cit., p.27.

 

La storia del carbonio si avvia a conclusione con questo bellissimo passaggio:

 

Si può dimostrare che questa storia, del tutto arbitraria, è tuttavia vera. Potrei raccontare storie a non finire, di atomi di carbonio che si fanno colore o profumo nei fiori; di altri che, da alghe minute a piccoli crostacei, a pesci via via più grossi, ritornano anidride carbonica nelle acque del mare, in un perpetuo, spaventoso girotondo di vita e di morte61Carbonio, p. 237. , in cui ogni divoratore è immediatamente divorato; […]. Ne racconterò invece soltanto ancora una, la più segreta, e la racconterò con l’umiltà e il ritegno di chi sa fin dall’inizio che il suo tema è disperato, i mezzi fievoli e il mestiere di rivestire i fatti con parole fallimentare per sua profonda essenza.93Carbonio, p. 237.

 

L’imperfetto Homo Sapiens

Il ciclo si chiude, così come si era aperto, con un’azione umana: l’azione creativa dell’Uomo/Scrittore che di nuovo implica passaggi da una forma ad un’altra di energia, ad indicare ancora possibilità illimitate.

 

È di nuovo fra noi in un bicchiere di latte. È inserito in una lunga catena, molto complessa, tuttavia tale che quasi tutti i suoi anelli sono accetti al corpo umano. Viene ingoiato: e poiché ogni struttura vivente alberga una selvaggia diffidenza verso ogni apporto di altro materiale di origine vivente, la catena viene meticolosamente frantumata, e i frantumi, uno per uno, accettati o respinti. Uno, quello che ci sta a cuore varca la soglia intestinale ed entra nel torrente sanguigno: migra, bussa alla porta di una cellula nervosa, entra e soppianta un altro carbonio che ne faceva parte. Questa cellula appartiene a un cervello, e questo è il mio cervello di me che scrivo, e la cellula in questione, ed in essa l’atomo in questione, è addetta al mio scrivere, in un gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto. E’ quella che in questo istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni di queste volute che sono segni; un doppio scatto, in su ed in giù, fra due livelli d’energia guida questa mia mano ad imprimere sulla carta questo punto: questo.94Ivi, pp. 237-238.

 

La conclusione di Carbonio è in definitiva una celebrazione del cervello umano, descritto nella sua evoluzione da Rita Levi Montalcini:

 

Macchine imperfette […] si sono prestate al gioco della selezione, così come avvenne nel caso del cervello del primo vertebrato apparso sul nostro pianeta, tra 300 e 400 milioni di anni fa. Le vescicole cave di quel cervello ancestrale si prestarono alla pressione selettiva dell’evoluzione che si esercitò su di esse creando infinite variazioni (mutazioni) espresse nelle diversificazioni del cervello delle forme estinte e viventi dei vertebrati. La più recente è il meraviglioso e quanto mai imperfetto cervello dell’Homo Sapiens95R. Levi Montalcini, Elogio dell’imperfezione, Garzanti, Milano 1987 – Prologo. .

 

Un cervello che tuttavia mantiene un’imperfezione di origine, come ci racconta Pievani, citando proprio Primo Levi:


L’imperfetto Homo Sapiens ha facoltà prodigiose, nel calcolo, nella comprensione delle leggi fisiche, nell’ingegno tecnologico, nella sete di conoscenza, nella curiosità insaziabile, nel potere di trasformare a proprio godimento l’ambiente che lo circonda. L’imperfetto HomoSapiens ha limiti altrettanto prodigiosi nel corpo, nel ragionamento, nelle relazioni sociali, nella scarsissima previdenza.

Al fondo rimane quel vizio di forma, quella smagliatura che Primo Levi vedeva annidata nella natura umana (1971). L’uomo non è una bestia, scrive Levi ne I sommersi e i salvati, lo diventa a determinate condizioni e in certi contesti, dove è ricondotto alle sue pulsioni elementari (1986).

Ereditiamo una natura ambivalente e duale, quindi la cultura e le esperienze ci possono condurre per il meglio o per il peggio. Ne discende la necessità di una continua vigilanza etica e civile.96T. Pievani,Imperfezione...,cit. pp. 182-183.

 

È forse inevitabile che il nostro pensiero, mentre leggiamo nelle ultime righe di «un labirintico intreccio di sì e di no», vada a quell’uomo che «muore per un sì o per un no»97P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1963, p.11.  rievocato da chi ne ha potuto scrivere e ha creato opere d’arte.

 

La sensazione complessiva trasmessa da un’opera creativa [...] la cogliamo all’inizio oppure alla fine e qualche volta solo a distanza di tempo, quando è archiviata nella memoria a lungo termine ed è il primo pensiero che emerge nella nostra mente conscia, se proviamo a ricordare.98E. O. Wilson, Le origini della creatività, cit. p.35.

 

Il viaggio di quel «certo atomo di carbonio», partito da una stella miliardi di anni fa e che raggiunse la Terra dalle nubi interstellari non finisce di necessità con il punto messo sulla carta, ma si fa ricordo nel cervello dell’Uomo/Scrittore e continua la sua strada, trasmettendo memoria. La memoria, che come amava dire Piero Terracina99Piero Terracina (Roma, 1928-2019), deportato ad Auschwitz-Birkenau, 1944-45. , «è come un filo che lega il passato e il presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona».

 

Bibliografia e sitografia

Opere di Primo Levi e interviste

P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1975.

P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi Scuola, Milano 2000.

P. Levi, La chiave a stella, Einaudi, Torino 1978.

P. Levi, Lilìt e altri racconti, Einaudi, Torino 1981.

P. Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985.

P. Levi, La ricerca delle radici, Einaudi, Torino 1997, p. 241.

P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997.

P. Levi, L’asimmetria e la vita, in Opere II, a cura di M. Belpoliti, 1997. 

P. Levi, Ad ora incerta, Garzanti, Milano 1990.

P. Levi, Ranocchi sulla luna, a cura di E. Ferrero, Torino, Einaudi, 2014.

P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi Scuola, Torino 2019.

P. Levi, I due volti della chimica – Prefazione, in Luciano Caglioti, I due volti della Chimica – benefici e rischi, Mondadori, Milano 1979

P. Levi – T. Regge, Dialogo, a cura di E. Ferrero, Einaudi, Torino 2005.

Documentario della BBC, in «L’Ateneo», XIII (1985), n. 3.

 

Studi dedicati a Primo Levi

C. Cases, L’ordine delle cose e l’ordine delle parole, in Primo Levi, un’antologia della critica, Einaudi,Torino 1997.

P. V. Mengaldo,Lingua e scrittura in Levi, Introduzione a P. Levi, Opere III, Racconti e saggi, Einaudi, Torino 1990.

P. Bianucci, L’arte di tacere in Primo Levi, Torino, maggio 2007.

A. Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010.

N. Lane, Costruire con la luce. Primo Levi:scienza e scrittura, https://www.primolevi.it/sites/default/files/inlinefiles/costruire%20con%20la%20luce.pdf

N. Scaffai, Ecologia, in Doppiozero - Dizionario Levi, 2019https://www.doppiozero.com/materiali/ecologia

 

Altri testi citati e consultati

V. Balzani, Le molecole: parole delle cose, in I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, a cura di I. Dionigi, BUR, Milano 2007.

I. Calvino,Le conchiglie e il tempo inTutte le Cosmicomiche, a cura di C. Milanini, Mondadori, Milano 1997.

I. Calvino, Lezioni americane, Garzanti, Milano 1988.

L. L. Cavalli Sforza, T. Pievani (a cura di), Homo Sapiens - La grande storia della diversità umana, Codice, Torino2011.

E. De Mauro, Epigenetica, il DNA che impara. Istruzioni per l’uso del patrimonio genetico, seconda edizione rivista ed ampliata, Asterios, Trieste 2020.

I. Dionigi, Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi, Laterza, Bari 2018.

Empedocle, Poema fisico e lustrale, a cura di C. Gallavotti, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1975.

G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, a cura di A. Crescini, Studio Tesi, Pordenone 1988.

N. Lane, Le invenzioni della vita. Le dieci grandi tappe dell’evoluzione, Il Saggiatore, Milano 2012.

G. Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo, Operette morali, Garzanti, Milano 1984.

R. Levi Montalcini,Elogio dell’imperfezione, Garzanti, Milano1987.

Lucrezio, La natura delle cose, trad. di L. Canali, BUR, Milano 1997.

R. Macferlane, Underland. Un viaggio nel tempo profondo, trad. it. di Duccio Sacchi, Einaudi, Torino 2020.

A. Meldolesi, Fantasmi del passato, Le Scienze, n. 620, aprile 2020, pp. 26-31

P. Odifreddi, Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, Rizzoli, Milano 2013.

T. Pievani, Imperfezione. una storia naturale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019.

D. Pogue Harrison, Il dominio dei morti, Fazi, Roma 2004.

C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014.

E. O. Wilson, Le origini della creatività, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018.

Proposte didattiche

Si ipotizzano di seguito alcune piste di ricerca da proporre agli studenti al termine del percorso dedicato a P. Levi e a Carbonio, attraverso la lettura integrale dei seguenti testi:

 

G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Giornata I, Sagredo

G. Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo in Operette morali

I. Calvino, Le conchiglie e il tempo in LeCosmicomiche

P. Levi, Autobiografia

T. Pievani, L’imperfezione al potere in Sette del 21-06-2019

N. Lane, Costruire con la luce,in:https://www.primolevi.it/sites/default/files/inline-files/costruire%20con%20la%20luce.pdf

 

  1. Esamina le argomentazioni di Sagredo in Galileo e del Folletto in Leopardi: quali di esse tornano nel racconto Carbonio e negli altri passi di Levi oggetto di analisi? È possibile individuare alcune parole tematiche comuni a tutti e tre gli autori?

 

  1. Quali ragioni hanno determinato la scomparsa del genere umano nell’operetta di Leopardi?

 

  1. Con quale argomento scientifico il Folletto dimostra allo gnomo che è possibile l’estinzione di un’intera specie?

 

  1. Confronta il modo in cui Levi e Calvino sviluppano narrativamente e concettualmente il tema del tempo.

 

  1. Confronta il ruolo attribuito da Calvino e da Levi alla scrittura come indagine e memoria del mondo.

 

  1. L’articolo di Telmo Pievani pubblicato sull’inserto settimanale del Corriere della Sera costituisce una sintesi a scopo divulgativo di un saggio intitolato Imperfezione. Una storia naturale e pubblicato nel 2019 presso l’editore R. Cortina.

Con quale finalità argomentativa il filosofo evoluzionista recupera il passo di Galileo proposto? Perché immediatamente dopo cita Darwin?

Quali distinti ambiti scientifici e quali emergenze planetarie affronta il filosofo nella sua rapida ricognizione? Quali di essi ritieni si possano individuare, esplicitamente o implicitamente, anche nei testi di Levi letti?

 

  1. Il testo di Nick Lane, disponibile anche nella versione originale in inglese100Building with light Primo Levi, science and writing, in: https://www.primolevi.it/it/primo-levi-scrittore-scienza , costituisce un interessante punto di partenza per indagare i numerosi spunti di ambito scientifico contenuti in Carbonio, relativi in particolare alle scienze biologiche. Due esempi: 1) approfondire origine, evoluzione e sviluppo della vita sulla Terra, considerando le relazioni tra i viventi; 2) analizzare l’impatto di Homo Sapiens sul nostro pianeta.

 

 

T. PIEVANI, L’imperfezione al potere

 

«In uno splendido passo del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Galileo Galilei fa dire al suo alter ego copernicano che la nobiltà non risiede necessariamente nell’essere puri, incorruttibili e perfetti. Anzi, a ben guardare, sugli elementi più nobili come oro e diamanti non cresce mai nulla. Quindi la celebre chiusa di Via Del Campo di Fabrizio De Andrè («dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior») era stata anticipata dal grande scienziato toscano quattro secoli prima. Galileo sta pensando alle sue osservazioni sui crateri lunari e sulle macchie solari, riprova del fatto che non vi è alcuna dualità fra la Terra imperfetta qui in basso e i corpi celesti perfetti là in alto. Il nostro pianeta è fecondo proprio perché come ogni cosa imperfetto, come un «animal vivo», scrive Galileo.

Due secoli dopo un altro padre della scienza moderna, Charles Darwin, ribadisce il concetto. Per capire l’evoluzione non serve guardare le strutture biologiche perfette, perché lì non c’è storia, è già successo tutto. Al contrario, dove c’è imperfezione e rabbercio, lì c’è una promessa di cambiamento, lì sta per accadere la storia. La natura, aggiunge il grande naturalista inglese, reca indelebile «l’impronta dell’inutilità», ed è bene così.

Benché il ruolo dell’imperfezione sia sancito da questi due geni e sia spesso citato nella letteratura scientifica, non esiste una teoria dell’imperfezione. Provando a tracciarne la storia e le leggi, si fanno scoperte interessanti. L’imperfezione è onnipresente e non è soltanto un effetto collaterale. Il nostro stesso corpo è un compendio di inefficienze: la colonna vertebrale di un ex quadrupede si è dovuta riadattare in qualche modo all’andatura eretta, con tutte le spiacevoli conseguenze del caso e molti mal di schiena; il parto umano è un compromesso doloroso tra l’evoluzione del bacino da bipedi e la crescita del cervello; i nostri bambini nascono immaturi e indifesi come in nessun altro primate. Tutti adattamenti, questi, che ci hanno regalato preziosi vantaggi, primi fra tutti le tecnologie e la cultura, ma ad un caro prezzo.

Persino il nostro cervello, prodigio di creatività, è figlio di un «gioco capriccioso di mutazioni», come scriveva Rita Levi Montalcini. Parti nuove si assommano a parti vecchie, aree un tempo deputate a funzioni ancestrali vengono riutilizzate per fare tutt’altro, in una sorta di bricolage disarmonico che nonostante tutto ha avuto successo. Se poi guardiamo la più formidabile delle invenzioni evolutive, il DNA, anche in quel macchinario efficientissimo che da 3,8 miliardi di anni trasmette l’informazione genetica e accumula variazioni troviamo l’impronta dell’inutilità: gran parte del genoma è occupato da sequenze ripetute, da geni dismessi, da finti geni, da rumore di fondo. L’umile cipolla, per dire, ha un genoma quattro volte più grande del nostro. Insomma, c’è un sacco di ridondanza nel DNA, come nei garage che certi mariti riempiono di cianfrusaglie perché non si sa mai, magari un giorno tornano buone.

Un ingegnere non avrebbe progettato il cervello e il DNA in questo modo. Il catalogo delle imperfezioni si estende poi a tutta la natura e alle sue innumerevoli stranezze che funzionano: come i maschi che si fanno crescere ornamenti costosissimi e rischiano la morte pur di farsi scegliere dalle femmine; come il panda, orso convertitosi al veganesimo, che deve riorganizzare la sua vita evolvendo anche un sesto dito che afferra il bambù; o come il koala che ha ancora il marsupio rivolto all’ingiù (pessima idea se decidi di vivere sugli eucalipti). Il punto è che la selezione naturale non riparte ogni volta da zero, ma rimaneggia il materiale a disposizione. Fa di necessità virtù.

Vi è poi un’altra ragione scientifica dell’imperfezione in natura. Spesso l’ambiente muta velocemente e gli esseri viventi per stare al passo devono cambiare il più presto possibile, rischiando però di trovarsi in ritardo, come la Regina Rossa di Lewis Caroll che corre sempre più veloce per sembrare ferma rispetto al mondo attorno che si muove. Noi Homo sedicenti sapiens in questo siamo campioni: abbiamo stravolto gli ecosistemi terrestri e ora stiamo alterando anche il clima globale, dunque dovremo presto adattarci (a caro prezzo) ai cambiamenti ambientali da noi stessi prodotti.

L’imperfezione, infatti, non è un valore di per sé, perché la natura non ci dice mai che cosa sia giusto e cosa sbagliato. L’imperfezione è anche sofferenza, però ci insegna che nell’evoluzione non esistono il superiore e l’inferiore, esiste solo un’insopprimibile diversità individuale. Oggi una specie imperfetta come la nostra ha acquisito un potere senza precedenti, su di sé, sulla natura e sulle generazioni future. Nell’Antropocene siamo diventati una forza geologica che plasma il pianeta. Imperfezione e potere possono essere una miscela pericolosa. Sarà bene conoscere le nostre debolezze per evitare che facciano troppi danni».

da Sette del 21 giugno 2019

 

 

TIPOLOGIA A – ANALISI E INTERPRETAZIONE DI UN TESTO LETTERARIO

 

 

Autobiografia di P. Levi

Un tempo io fui già fanciullo e fanciulla, arbusto, uccello e muto pesce che salta fuori dal mare. 
                                                                                              da un frammento di Empedocle 

 

Sono vecchio come il mondo, io che vi parlo.

Nel buio degli inizi

Ho brulicato per le fosse cieche del mare,

Cieco io stesso: ma già desideravo la luce

Quando ancora giacevo nella putredine del fondo.

Ho ingurgitato sale per mille minime gole;

Fui pesce, pronto e viscido. Ho eluso agguati,

Ho mostrato ai miei nati i tramiti sghembi del

granchio.

Alto più di una torre, ho fatto oltraggio al cielo,

All'urto del mio passo tremavano le montagne

E la mia mole bruta ostruiva le valli:

Le rocce del vostro tempo recano ancora

Il sigillo incredibile delle mie scaglie.

Ho cantato alla luna il liquido canto del rospo,

E la mia fame paziente ha traforato il legno.

Cervo impetuoso e timido 

Ho corso boschi oggi cenere, lieto della mia forza.

Fui cicala ubriaca, tarantola astuta e orrenda,

E salamandra e scorpione ed unicorno ed aspide.

Ho sofferto la frusta

E caldi e geli e la disperazione del giogo,

La vertigine muta dell'asino alla mola.

Sono stato fanciulla, esitante alla danza;

Geometra, ho investigato il segreto del cerchio

 E le vie dubbie delle nubi e dei venti: 

Ho conosciuto il pianto e il riso e molte veneri.

Perciò non irridetemi, uomini di Agrigento,

Se questo vecchio corpo è inciso di strani segni. 

(P. Levi, Autobiografia 1980 in Ranocchi sulla luna (a cura di E. Ferrero, Einaudi)

 

 

 

Comprensione e analisi

 

Puoi rispondere punto per punto oppure costruire un unico discorso che comprenda le risposte alle domande proposte.

 

 

  1.  Sintetizza i principali temi della poesia a partire dal frammento in epigrafe.
  2.  Chi prende la parola nel testo? Quali esperienze narra l’io lirico? Quali molteplici identità ha sperimentato?
  3.  Come interpreti le immagini del “brulicare” «per le fosse cieche del mare» e del “giacere” «nella putredine del fondo»?
  4.   Spiega il significato dei seguenti versi: «Ho sofferto la frusta / e caldi e geli e la disperazione del giogo, / la vertigine muta dell’asino alla mola».
  5.  Perché la lirica s’intitola Autobiografia?
  6.  Analizza il tipo di versificazione, la scelta e la disposizione delle parole.

 

 

Interpretazione

 

Partendo dalla lirica proposta, in cui viene evocata una complessa vicenda metamorfica ed esistenziale, elabora una tua riflessione personale. Puoi approfondire l’argomento tramite confronti con altri testi di Levi o di altri autori a te noti.

 

 


1Caterina Bubba e Paola Cereghini sono docenti di Lettere rispettivamente presso il Liceo Scientifico "L. Mascheroni" di Bergamo e il Liceo Scientifico "P. L. Nervi-G. Ferrari" di Morbegno (SO). Sandra Terracina è biologa e coordina l’Associazione culturale “Progetto Memoria” di Roma.
2P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi Scuola, Milano 2000, pp. 232-242. Si precisa che, per ragioni di scorrevolezza, di tutte le citazioni tratte da Carbonio è stata annotata soltanto la prima.
3P. Levi, Tiresia ne La chiave a stella, Einaudi, Torino 1978, p. 51: «[...] sí, forse me n'ero accorto solo raccontandogli quella storia, un po' Tiresia mi sentivo, e non solo per la duplice esperienza: in tempi lontani anch'io mi ero imbattuto negli dei in lite fra loro; anch'io avevo incontrato i serpenti sulla mia strada, e quell'incontro mi aveva fatto mutare condizione donandomi uno strano potere di parola: ma da allora, essendo un chimico per l'occhio del mondo, e sentendomi invece sangue di scrittore nelle vene, mi pareva di avere in corpo due anime, che sono troppe».
4P. Levi, Ex chimico ne L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, p. 14: «[...] quando un lettore si stupisce del fatto che io chimico abbia scelto la via dello scrivere, mi sento autorizzato a rispondergli che scrivo proprio perché sono un chimico: il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo».
5C. Cases, L’ordine delle cose e l’ordine delle parole, in Primo Levi, un’antologia della critica, Einaudi, Torino 1997, p. 15.
6P. Levi, Sistema periodico, cit., p. 41.
7P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi Scuola, Milano 2019, p. 124.
8A. Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora,Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010, p. 99.
9R. Macfarlane, Underland. Un viaggio nel tempo profondo, trad. it. di Duccio Sacchi, Einaudi, Torino 2020, p. 30-31.
10F. Nietzsche, La gaia scienza, citato in D. Pogue Harrison, Il dominio dei morti, Fazi, Roma 2004, p. 5.
11D. Pogue Harrison, ibidem, p. 5-6.
12Si veda al proposito la conversazione di P. Levi con Germaine Greer pubblicata su The Literary Review (Novembre1985) in P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 72.
13P. Levi, Il fabbro di se stesso, in Ranocchi sulla luna, a cura di E. Ferrero, Torino, Einaudi 2014, p. 77.
14P. Levi, Stabile/Instabile in L’altrui mestiere, cit., p. 165.
15Anche nel capitolo intitolato Le farfalle in L’altrui mestiere, cit., p. 132-135, Levi si sofferma sulle farfalle, individuando la causa dell’attrazione-repulsione che esse suscitano nel mistero conturbante della loro metamorfosi.
16P. Levi, in L’altrui mestiere, Notizie dal cielo, cit., p. 172-175.
17P. Levi, Nel principio in Ad ora incerta, Garzanti, Milano 1990, p. 37: «[...] Venti miliardi d’anni prima d’ora,/splendido, librato nello spazio e nel tempo,/era un globo di fiamma, solitario, eterno,/nostro padre comune e nostro carnefice,/ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio./Ancora, di quest’una catastrofe rovescia/l’eco tenue risuona dagli ultimi confini./Da quell’unico spasimo tutto è nato:/lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,/lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,/ogni cosa che ognuno ha pensato,/gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,/e mille e mille soli, e questa/mano che scrive».
18C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, p. 81.
19P. Levi, Plinio, in Ad ora incerta, cit., p. 41. Cfr. al riguardo anche la lirica Autobiografia, sempre in Ad ora incerta, proposta tra le attività didattiche. 
20Cfr. al riguardo la lirica L’opera in Ad ora incerta: «Ora basta, il lavoro è finito, / rifinito, sferico. / Se gli togliessi ancora una parola/ sarebbe un buco che trasuda siero. / Se una ne aggiungessi/ sporgerebbe come una brutta verruca. / Se una ne cambiassi stonerebbe/come un cane che latri in un concerto».
21P. Levi, Premessa a L’altrui mestiere, cit., pp. V-VI.
22P. Levi, Le più liete creature del mondo, in L’altrui mestiere, cit., p. 191.
23I. Calvino, Le quattro strade di Primo Levi, apparso su «la Repubblica» dell’11 giugno 1981 e ora in P. Levi, La ricerca delle radici, Introduzione di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 241.
24Ibidem, p. 239.
25Così ne La ricerca delle radici (p. 199) scrive Levi a proposito di Arthur C. Clarke, autore di romanzi fantascientifici da collocare accanto a Lucrezio, Darwin e Bragg, lungo l’itinerario della «salvazione del capire»: «Arthur C. Clarke è una smentita vivente al luogo comune secondo cui coltivare la scienza ed esercitare la fantasia sono compiti che si escludono a vicenda; la sua vita e la sua opera dimostrano, al contrario, che uno scienziato moderno deve avere fantasia, e che la fantasia si arricchisce prodigiosamente se il suo titolare dispone di una formazione scientifica».
26P. Bianucci, L’arte di tacere in Primo Levi, Torino 2007, p. 1.
27Il titolo originale del saggio di Bragg Concerning The Nature of Things, pubblicato nel 1925, si pone in trasparente continuità con la titolazione delle opere di Lucrezio ed Empedocle.
28Lucrezio, De rerum natura, I, 139: «propter egestatem linguae et rerum novitatem».
29Per il motivo della sfida (fallimentare) all’insufficienza del linguaggio, cfr. «Ogni descrizione verbale sarà mancante […]»; «[…] non la sapremmo ridurre in parole»; «[…] la racconterò con l’umiltà e il ritegno di chi sa fin all’inizio che il suo tema è disperato, i mezzi fievoli, e il mestiere di rivestire i fatti con parole fallimentare per sua profonda essenza»; «Se comprendere vale farsi un’immagine, non ci faremo mai un’immagine di uno happening la cui scala è il milionesimo di millimetro, il cui ritmo è il milionesimo di secondo, ed i cui attori sono per loro essenza invisibili». Per la sofferenza dello scrittore che combatte con l’inadeguatezza del linguaggio, cfr.  P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p. 202. Per le metafore destinate a fallire nel dominio subatomico, cfr. P. Levi, L’asimmetria e la vita, in Opere II, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 1235.  Per la ricerca di un linguaggio vicino all’immaginazione umana, cfr. Antonio Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010, pp. 37 ss.
30Lucrezio, La natura delle cose, trad. di L. Canali, BUR, Milano 1997, pp. 134-135.
31I. Dionigi, Da Lucrezio. La struttura della materia, in I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, a cura di I. Dionigi, BUR, Milano 2007, p. 109.
32Lucrezio, La natura delle cose, cit., pp. 228-231.
33La parola elementum in latino, come già il greco stoicheion, significa sia “atomo” sia “lettera dell’alfabeto”.
34Aristotele, Metafisica 985 b 13 ss., a cura di G. Reale, Rusconi Libri, Milano 1993, pp. 24-27.
35Osserva il chimico V. Balzani: «È interessante che l’International Union of Pure and AppliedChemistry, che è l’autorità internazionale nel campo della chimica e delle sue regole, dopo molti studi e discussioni, sia giunta alla conclusione che per definire compiutamente una molecola (problema di una complessità enorme) sono necessari cinque livelli di informazioni: connettiva, tautomerica, stereochimica, elettronica e isotopica. Un esame dettagliato mostrerebbe che, a parte l’informazione isotopica (che è d’importanza secondaria), le altre categorie d’informazione sono direttamente correlabili ai criteri di aggregazione indicati da Lucrezio». Cfr. V. Balzani, Le molecole: parole delle cose in I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, cit., pp. 133-134.
36Lucrezio, La natura delle cose, cit., pp. 230-233.
37I. Dionigi, Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi, Laterza, Bari 2018, pp. 81-82.
38P. Levi, Ex chimico in L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, p. 12.
39I. Calvino, Leggerezza in Lezioni americane, Garzanti, Milano 1988, pp. 27-28.
40Antonio Di Meo, cit., pp. 50 ss.
41P. V. Mengaldo, Lingua e scrittura in Levi, Introduzione a P. Levi, Opere III, Racconti e saggi, Einaudi, Torino 1990, p. 237: «[…] in termini ossimorici Levi tende a descrivere le esperienze fondamentali della sua esistenza e le questioni primarie della vita».
42«Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario […] volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio»; «È lecito parlare di “un certo” atomo di carbonio? Per il chimico esiste qualche dubbio […] nessun dubbio esiste per il narratore, il quale pertanto si dispone a narrare»; «Potrei raccontare storie a non finire, di atomi di carbonio»; «Il lettore / storia / raccontare / il narratore – io narratore / narrare / il nostro personaggio / finzione del racconto / immaginare o inventare / discorso / linguaggio allusivo/ storia/ me che scrivo – mio scrivere / la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni di queste volute che sono segni».
43V. Balzani, cit., pp. 130- 145.
44P. Odifreddi, Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, Rizzoli, Milano 2013, p. 54.
45Testo del documentario della BBC, in «L’Ateneo», XIII (1985), n. 3.
46Levi non solo riprende qui l’allineamento paratattico già evidenziato a proposito di Lucrezio (De rerum natura, I, 820-821), ma identifica animali, piante, uomini, alla maniera dell’Empedocle che nel Poema lustrale, parlando delle proprie metamorfosi, racconta di essere stato «fanciullo/a», «virgulto», «uccello», «pesce del mare» (fr. 31 B 117 Diels-Kranz). Cfr. la lirica Autobiografia nelle proposte didattiche.
47A. Di Meo, cit., pp. 98-99.
48G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (Giornata I, Sagredo), a cura di A. Crescini, Studio Tesi, Pordenone 1988.
49La domanda, centrale in Levi, torna insistentemente nell’articolo L’asimmetria e la vita, cit.
50A. Di Meo, chimico e storico della scienza, che si è occupato dell’influsso del pensiero scientifico sulla letteratura, sostiene la tesi di «un vero e proprio leopardismo di Levi» (A. Di Meo, cit., p. 8).
51Giova osservare che nel grafo collocato in apertura dell’antologia La ricerca delle radici C. Darwin si trova, accanto ai già citati Lucrezio, Bragg e Clarke, nell’itinerario della «salvazione del capire», in opposizione a Giobbe (il «giusto oppresso dall’ingiustizia») e ai «buchi neri» di un universo indifferente alle sorti della specie umana, di fronte alla linea che documenta la coscienza della «statura dell’uomo». A proposito dell’autore de L’origine delle specie e a commento del brano antologizzato (“Perché gli animali sono belli?”), Levi annota: «Negando all’uomo un posto di privilegio nella creazione, riafferma col suo stesso coraggio intellettuale la dignità dell’uomo».
52G. Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo in Operette morali, Garzanti, Milano 1984.
53Anche nel racconto Una stella tranquilla (Lilit e altri racconti) Levi, ancora una volta saldando scienza e letteratura, scruta il cielo pensando a Leopardi: «[…] tutti i poeti ed i sapienti che forse avevano scrutato quel cielo, e si erano domandati a che valessero tante facelle, e non avevano trovato risposta».
54P. Levi, Notizie dal cielo in L’Altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, pp. 172-175.
55Il «tempo-sabbia» che seppellisce le conchiglie vuote ricorda il «fierissimo vento», che, secondo una delle due conclusioni ironiche dell’operetta, si leva mentre l’Islandese pronuncia la sua vibrata requisitoria contro la Natura, indifferente alle sorti dei viventi, seppellendolo sotto un «superbissimo mausoleo di sabbia».
56I. Calvino, Le conchiglie e il tempo in Tutte le Cosmicomiche, a cura di C. Milanini, Mondadori, Milano 1997, pp. 347-351.
57T. Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019, p.15.
58P. Levi, Carbonio, in Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1975, p. 230.
59E. O. Wilson, Le origini della creatività, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, p.41.
60A. Di Meo, Primo Levi e la scienza come metafora, cit., p.116.
61Carbonio, p. 237.
62Ivi, p. 230.
63P. Levi, Oro, in Il Sistema periodico, cit, p. 131.
64Testo del documentario della BBC, in «L’Ateneo», XIII (1985), n. 3.
65Carbonio, p. 236
66E. O. Wilson, Le origini della creatività, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, edizione italiana a cura di T. Pievani, p. 3.
68Nel centenario della nascita di Primo Levi (31 luglio 1919),la rivista on-line “Doppio zero” ha costruito un Dizionario Levi e la lettera E, scritta da Nicolò Scaffai, è dedicata all’ecologia. Vedi: https://www.doppiozero.com/materiali/ecologia
69Carbonio, pp 229-230.
70Lucy è il nome con cui viene comunemente identificato il reperto A.L. 288-1, scoperto nel 1974 in Etiopia, consistente in centinaia di frammenti di ossa fossili che rappresentano il 40% dello scheletro di un esemplare femmina, il primo scoperto, di Australopithecus afarensis. Vedi, ad es.: https://it.wikipedia.org/
71Immagine tratta da: L. Cavalli Sforza, T. Pievani (a cura di), Homo Sapiens - La grande storia della diversità umana, Codice, Torino 2011.
72T. Pievani, Imperfezione... cit, pp.106-107.
73A. Meldolesi, Fantasmi del passato, Le Scienze, n. 620, aprile 2020, pp.26-31.
74E. De Mauro, Epigenetica, il DNA che impara. Istruzioni per l’uso del patrimonio genetico, seconda edizione rivista ed ampliata, Asterios, Trieste 2020, pp. 14-16.
75Cfr. p. 15: Adenina, Timina, Guanina e Citosina (ATGC), componenti dei nucleotidi e composti organici del carbonio.
76Carbonio, p.231.
77Ibidem.
78Ivi, p. 232.
79Ibidem.
80N. Lane, Life Ascending: The Ten Great Inventions of Evolution, W.W. Norton & Company, New York & London, 2009.
81N. Lane Le invenzioni della vita. Le dieci grandi tappe dell’evoluzione, Il Saggiatore, Milano 2012, pp. 72-73.
82N. Lane, Costruire con la luce. Primo Levi: scienza e scrittura, in:https://www.primolevi.it/sites/default/files/inline-files/costruire%20con%20la%20luce.pdf , p.2.
83Ivi, pp.3-4.
84Immagini tratte da: Una lettura trasversale del Sistema Periodico di Levi:lo sguardo del chimico sul mondo della vita, relazione della professoressa Elena Ghibaudi (Dipartimento di Chimica, Università di Torino) tenuta il 30 novembre 2020 per il seminario del Centro Internazionale Primo Levi “Il sistema periodico: il volume più primoleviano di tutti”.
85T. Pievani, Imperfezione...., cit., p. 38.
86Carbonio, p. 233.
88P. Levi I due volti della chimica – Prefazione, in Luciano Caglioti, I due volti della Chimica – benefici e rischi, Mondadori, Milano 1979, p.10.
89Carbonio, p. 233.
90Ivi, pp.233-234.
91Ivi, p.235.
92T. Pievani, Imperfezione... cit., p.27.
93Carbonio, p. 237.
94Ivi, pp. 237-238.
95R. Levi Montalcini, Elogio dell’imperfezione, Garzanti, Milano 1987 – Prologo.
96T. Pievani,Imperfezione...,cit. pp. 182-183.
97P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1963, p.11.
98E. O. Wilson, Le origini della creatività, cit. p.35.
99Piero Terracina (Roma, 1928-2019), deportato ad Auschwitz-Birkenau, 1944-45.
100Building with light Primo Levi, science and writing, in: https://www.primolevi.it/it/primo-levi-scrittore-scienza

Commenti

Sanmaturo 03/14/2023 - 14:57
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Semplicemente eccezionale. Cibo per la mente. L'olfatto ha bisogno di odori gradevoli, l'oreccchio di parole amiche e di suoni melodiosi, rock e pop, la lingua di sapori inebrianti, il tatto (lingua compresa e altro) di carezze, sfioramenti, baci, la vista di mare e montagne, Michelangelo, Van Goch, film drammatici e comici e tanto altro ancora, i neuroni hanno bisogno di tutto questo e anche solo di idee, pensieri, astrazioni e, ovviamente, di scrittori come Primo Levi! Grazie

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